PETR DEMJANOVIC OUSPENSKY.
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FRAMMENTI DI UN INSEGNAMENTO SCONOSCIUTO.
Parte 4.
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Titolo originale: In Search of the Miraculous. 1947.
Traduzione di: HENRY THOMASSON.
1976. Casa Editrice Astrolabio, Ubaldini Editore, ROMA.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
             http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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FRAMMENTI DI UN INSEGNAMENTO SCONOSCIUTO.
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CAPITOLO QUINDICESIMO.
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Alle riunioni del periodo che sto descrivendo, ossia verso la fine del 1916, G. parecchie volte tocc la questione religiosa. Quando qualcuno lo interrogava su qualcosa che avesse rapporto con la religione, G. invariabilmente cominciava con il sottolineare il fatto che vi  qualcosa di molto sbagliato alla base della nostra attitudine abituale verso i problemi della religione. 
La religione, diceva sempre,  un concetto relativo, essa corrisponde al livello di un essere umano; la religione di un uomo pu benissimo non convenire ad un altro, ossia la religione di un uomo di un certo livello di essere non si adatta ad un uomo di un altro livello di essere.
Bisogna comprendere che la religione dell'uomo n. 1, non  la religione dell'uomo n. 2 e che quella dell'uomo n. 3,  pure un'altra religione. Le religioni degli uomini n. 4, n. 5, n. 6, n. 7 sono completamente differenti dalle religioni degli uomini n. 1, 2 e 3.
In secondo luogo, la religione : fare. Un uomo non pensa, non sente, soltanto la propria religione, egli la 'vive' pi che pu; altrimenti non si tratta di religione, ma di fantasia o filosofia. Che gli piaccia o no, egli mostra la sua attitudine verso la religione con i propri atti e non pu mostrarla che con i propri atti. Di conseguenza se i suoi atti sono in contraddizione con ci che  richiesto da una data religione, egli non pu affermare di appartenere a quella religione. La grande maggioranza delle persone che si dicono cristiane non hanno diritto alcuno a questo titolo, perch non soltanto non seguono i comandamenti della propria religione, ma pare che non suppongano nemmeno che questi comandamenti debbano essere seguiti.
La religione cristiana proibisce l'omicidio; e tutti i progressi che abbiamo fatto sono progressi della tecnica dell'omicidio, dell'arte della guerra. Come possiamo dunque dirci Cristiani? 
Nessuno ha il diritto di chiamarsi Cristiano, se non adempie nella sua vita i precetti del Cristo. Un uomo pu dire che desidera essere Cristiano, se si sforza di osservare questi precetti. Se non ci pensa neppure, o se ne ride, se li rimpiazza con qualcosa di sua invenzione, o semplicemente li dimentica, non ha alcun diritto di dirsi Cristiano.
Ho preso l'esempio della guerra perch  il pi evidente. Ma senza parlare della guerra, tutto nella nostra vita  cos. Le persone si dicono Cristiane, ma senza comprendere che non solo non vogliono, ma che non possono esserlo, perch, per essere Cristiani, non basta desiderarlo, bisogna anche esserne capaci.
L'uomo, in s stesso, non  uno, non  Io,  'noi', o per parlare pi rigorosamente,  'essi'. Tutto deriva da questo. Supponiamo che un uomo voglia, secondo il Vangelo, porgere la guancia sinistra dopo essere stato battuto sulla guancia destra. Ma  uno solo dei suoi 'io' che prende questa decisione, sia nel centro intellettuale come nel centro emozionale. Un 'io' lo vuole, un 'io' se ne ricorda  gli altri non ne sanno niente. Immaginiamo che la cosa avvenga realmente: un uomo  stato schiaffeggiato. Pensate che egli porger la guancia sinistra? Mai.
Egli non avr nemmeno il tempo di pensarci. Schiaffegger a sua volta l'uomo che l'ha colpito, oppure chiamer una guardia, oppure fuggir; il suo centro motore reagir ben prima che l'uomo si renda conto di cosa sta facendo, come ne ha l'abitudine, come gli  stato insegnato a fare.
Per poter porgere la guancia sinistra bisogna essere stati istruiti per molto tempo, bisogna essersi allenati con perseveranza perch, se la guancia  offerta meccanicamente, questo non ha ancora nessun valore; l'uomo porge la sua guancia perch non pu fare altrimenti.
La preghiera non potrebbe aiutare un uomo a vivere come un Cristiano?, chiese qualcuno.
La preghiera di chi?, replic G. La preghiera degli uomini soggettivi, ossia degli uomini 1, 2, 3 non pu dare che risultati soggettivi. Con le loro preghiere tali uomini si consolano, si suggestionano e si addormentano da s. Conseguenza di auto-ipnosi, questa preghiera non pu dare risultati oggettivi.
Ma la preghiera in generale non pu dare risultati oggettivi? domand un altro.
L'ho gi detto: dipende da chi prega, rispose G. Si deve imparare a pregare esattamente come si deve imparare il resto. Per chi sappia pregare e sia capace di concentrarsi nel giusto modo, la preghiera pu dare dei risultati. Dobbiamo tuttavia comprendere che vi  preghiera e preghiera e che i risultati sono differenti. Questo  conosciuto anche dalla liturgia corrente. Ma quando parliamo della preghiera o dei suoi possibili risultati, non consideriamo che un tipo di preghiera  la domanda; o meglio noi pensiamo che la domanda possa collegarsi a tutte le altre specie di preghiera. Evidentemente non  vero. La maggior parte delle preghiere non hanno niente in comune con la domanda.
Mi riferisco alle antiche preghiere, di cui molte risalgono a molto prima del cristianesimo. Queste preghiere sono, in un certo modo ricapitolazioni; 
ripetendole ad alta voce o mentalmente l'uomo si sforza di provare tutto il loro contenuto col pensiero e col sentimento. D'altronde un uomo pu sempre comporre nuove preghiere a sua intenzione. Dir, per esempio: 'Voglio essere serio'. Tutto dipender da come lo dice.
Se lo ripeter diecimila volte al giorno, chiedendosi quando finir e che cosa ci sar da cena, questo non  pregare, ma mentire a s stesso.
Tuttavia, queste stesse parole possono diventare una preghiera se l'uomo le recita cos: 'Io'  e nello stesso tempo pensa a tutto quello che sa su 'Io'. Questo 'Io' non esiste, non c' un solo 'Io' ma una moltitudine di piccoli 'io' rivendicatori e attaccabrighe. Eppure egli vuole essere un vero 'Io', vuole essere il signore; si ricorda della vettura, del cavallo e del padrone. 'Io'  il padrone, VOGLIO  egli pensa al significato di 'Io voglio'.  forse capace di volere? In lui continuamente 'si vuole' e 'non si vuole'; ma egli far lo sforzo di opporre al 'si vuole' e al 'non si vuole' il proprio 'io voglio', connesso alla scopo del lavoro su di s.
In altri termini cercher di introdurre 
la terza forza nella combinazione abituale delle due forze: 'si vuole' e 'non si vuole', 'ESSERE'  egli penser a ci che significa l'essere'.
L'essere di un uomo automatico a cui tutto accade. E l'essere di un uomo che pu fare.  possibile 'essere' in modi differenti. Egli vuole 'essere' non soltanto nel senso di esistere, ma nel senso di grandezza, di potere. Allora la parola 'essere' prende un peso, un senso nuovo per lui. 'SERIO'  egli pensa a ci che significa 'essere serio'. Il modo in cui egli risponde a s stesso  molto importante. Se comprende ci che dice, se  capace di definire a s stesso correttamente ci che significa 'essere serio', se sente di desiderarlo veramente, allora la sua preghiera pu dare un risultato: pu riceverne una forza, poi potr notare pi spesso in quali momenti non  serio, infine egli avr meno difficolt a vincere s stesso. Dunque, questa sua preghiera l'avr 
aiutato a divenire serio.
Allo stesso modo un uomo pu pregare cos: 'io voglio ricordarmi di me stesso', 'RICORDARMI'  che cosa significa 'ricordarsi'? L'uomo deve pensare alla memoria  quanto poco egli ricorda! Come si dimentica sovente quello che ha deciso, quello che ha visto, quello che sa! Tutta la sua vita cambierebbe se potesse ricordarsi. Tutto il male viene dal suo dimenticare, 'ME STESSO'  di nuovo ritorna a s stesso. Di quale 'me' desidera ricordarsi? Vale la pena ricordarsi di s stesso interamente? Come pu riconoscere ci che vuole ricordare? L'idea del lavoro: come potrebbe legarsi pi strettamente al lavoro? 
e cos di seguito.
Nel culto cristiano, vi sono parecchie preghiere del tutto simili a queste, in cui  necessario riflettere su ogni parola. Ma esse tuttavia perdono ogni portata, ogni significato, quando sono recitate o cantate meccanicamente.
Consideriamo la conosciutissima preghiera: 'Signore abbi piet di m' Cosa vuoi dire? Un uomo rivolge una invocazione. Non dovrebbe pensarci un po', non dovrebbe fare un confronto, domandarsi cosa  Dio e cosa  lui stesso? Poi, sta domandando a Dio di avere piet di lui. Ma bisognerebbe che Dio pensasse a lui, che lo prendesse in considerazione. Ora, merita proprio che le si prenda in considerazione?
Cosa c' in lui che sia degno di essere oggetto di pensiero? Chi deve pensare a lui? Dio stesso.  chiaro che tutti questi pensieri, e molti altri ancora, dovrebbero passare per la mente come egli pronuncia questa semplice preghiera. E sono precisamente questi pensieri che potrebbero fare per lui ci che egli chiede a Dio di fare. Ma a cosa pensa e quali risultati pu dare la sua preghiera, se ripete come un pappagallo: Signore abbi piet! Signore abbi piet! Signore abbi piet! Lo sapete bene che questo non pu dare alcun risultato. 
In genere conosciamo pochissimo del Cristianesimo e delle forme del culto cristiano, non conosciamo affatto la sua storia, come pure l'origine di un'infinit di cose. Per esempio la chiesa, il tempio dove si riuniscono i fedeli e dove sono celebrati gli uffizi secondo riti particolari, quali origini ha? Quanta gente non vi ha mai pensato! Taluni ritengono che le forme esteriori del culto, i riti, i cantici, siano stati inventati dai Padri della Chiesa.
Altri pensano che le forme esteriori sono state prese a prestito in parte dai pagani, ed in parte dagli ebrei. Ma tutto ci non  vero. La questione delle origini della Chiesa cristiana, vale a dire del tempio cristiano,  molto pi interessante di quel che pensiamo. Innanzi tutto, la Chiesa e il culto, nella forma sotto la quale apparivano nei primi secoli dell'era cristiana, non poteva derivare dal paganesimo; non vi era niente di simile, n nei culti greci e 
romani, n nel giudaismo.
La sinagoga, il tempio ebreo, i templi greci e romani, con i loro numerosi dei, erano molto differenti dalla chiesa cristiana, quale essa apparve nel primo e nel secondo secolo. La chiesa cristiana  una scuola e nessuno sa pi che lo sia. Immaginatevi una scuola, dove i maestri tengano le loro lezioni e le loro dimostrazioni senza sapere che si tratta di lezioni e di dimostrazioni e dove gli allievi o i semplici auditori considerino questi corsi e dimostrazioni come cerimonie, riti o 'sacramenti', ossia magia. Questo assomiglierebbe molto alla chiesa cristiana dei nostri giorni.
La chiesa cristiana, la forma cristiana del culto, non sono state inventate dai Padri della Chiesa. Tutto  stato preso in Egitto  ma non dall'Egitto a noi noto: bens da un Egitto che non conosciamo.
Quell'Egitto era nello stesso luogo dell'altro, ma era esistito molto tempo prima. Solo infime vestigia sono sopravvissute nei tempi storici, ma furono conservate in segreto, e cos bene che non sappiamo nemmeno dove.
Vi sembrer strano se dico che questo Egitto preistorico era cristiano molte migliaia d'anni prima della nascita di Cristo, o per meglio dire che la sua religione si fondava sugli stessi principi, sulle stesse idee del vero Cristianesimo. In questo Egitto preistorico, vi erano speciali scuole chiamate 'scuole di ripetizione'. In quelle scuole si davano a date fisse, e in alcune di esse anche tutti i giorni, delle ripetizioni pubbliche, in forma condensata, del corso completo delle scienze insegnate.
La 'ripetizione' durava talvolta una settimana intera o anche un mese. Grazie a queste 'ripetizioni' coloro che avevano seguito i corsi conservavano il contatto con le scuole e potevano cos ritenere tutto ci che avevano imparato. Alcuni venivano da molto lontano per assistere a queste 'ripetizioni' e ripartivano con un sentimento nuovo della loro appartenenza alla scuola. Nel corso dell'anno, c'erano giornate speciali consacrate a delle ripetizioni molto pi complete, che si svolgevano con una solennit particolare e questi stessi giorni prendevano un senso simbolico.
Queste scuole di ripetizione servirono di modello alle chiese cristiane.
Nelle chiese cristiane le forme di culto rappresentano, quasi interamente, 'il ciclo di ripetizione' delle scienze che trattano dell'Universo e dell'uomo.
Le preghiere individuali, gli inni, il responsorio, tutto aveva, in queste ripetizioni, il suo proprio senso cos come le feste e tutti i simboli religiosi; ma il loro significato  stato perso da molto tempo.
G. diede in seguito certe spiegazioni molto interessanti sulle diverse parti della liturgia ortodossa. Sfortunatamente nessuno ne prese nota ed io non voglio mettermi a ricostruirle a memoria. L'idea era che, sin dalle prime parole, la liturgia ricorda, per cos dire, tutto il processo cosmogonico, ripetendo tutte le tappe e tutte le fasi della creazione. Fui particolarmente sorpreso di constatare, in seguito alle spiegazioni di G., sino a qual punto tutto era stato conservato in una forma pura e quanto poco noi comprendessimo di tutto questo. Queste spiegazioni differivano molto dalle interpretazioni teologiche abituali e anche dalle interpretazioni mistiche. La principale differenza era che G. eliminava una quantit di allegorie. Mi divenne chiaro, grazie alle sue spiegazioni, che noi prendiamo per allegorie molte cose in cui non ve n' alcuna e che richiedono al contrario, di essere comprese molto pi semplicemente ed in modo pi psicologico. Ci che disse della Cena pu servirci d'esempio. 
Ogni cerimonia o rito ha un valore se  eseguito senza subire alterazioni, disse. Una cerimonia  un libro dove mille cose sono inscritte. Chiunque comprende, pu leggere. Un solo rito ha sovente pi contenuto di cento libri.
Mettendo in evidenza ci che era stato conservato fino ai giorni nostri, G. indicava contemporaneamente ci che era stato perduto e dimenticato. Ci parlava delle danze sacre che accompagnavano i 'servizi' nei 'templi di ripetizione' e che oggi non sono incluse nella forma del culto cristiano.
Parlava anche di diversi esercizi e di posizioni speciali adatte alle differenti preghiere, ossia ai differenti tipi di meditazione; spiegava come si poteva acquistare un controllo sulla respirazione e insisteva sulla necessit di essere capaci di tendere o di rilassare qualsiasi gruppo di muscoli o i muscoli di tutto il corpo a volont; infine egli ci insegn molte cose in relazione, per cos dire, con la 'tecnica' della religione.
Un giorno, a proposito della descrizione di un esercizio di concentrazione, in cui si trattava di portare l'attenzione da una parte del corpo verso un'altra, G. chiese: Quando pronunciate la parola io ad alta voce, potete sentire dove risuona in voi questa parola?
Non comprendemmo subito ci che voleva dire. Ma alcuni di noi cominciarono assai presto a notare che quando pronunciavano la parola lo, avevano la sensazione che questa parola risuonasse nella loro testa, altri la sentivano nel loro petto ed altri ancora al di sopra della loro testa  fuori del corpo.
Devo dire che, da parte mia, ero del tutto incapace di trovare questa sensazione in me, e che dovevo riferirmi alle esperienze degli altri.
Dopo aver ascoltato tutte le nostre osservazioni, G. disse che un esercizio di questo genere si era conservato fino ai nostri giorni nei monasteri del monte Athos.
Un monaco sta in una certa posizione, o in ginocchio o in piedi, alzando le braccia piegate ai gomiti e dice  EGO  con una voce alta e sostenuta, ascoltando al contempo dove risuona questa parola. Lo scopo di questo esercizio  di sentire 'Io' ogni volta che pensa a s stesso e di spostare questo 'Io' da un centro all'altro.
G. sottoline parecchie volte la necessit di studiare questa 'tecnica' dimenticata perch senza di essa, diceva,  impossibile ottenere un qualsiasi risultato sulla via della religione, se non, ben inteso, risultati puramente soggettivi. Dovete capire, diceva, che ogni vera religione, parlo di quelle create con uno scopo preciso da uomini veramente sapienti, comporta due parti. La prima insegna ci che deve essere fatto. Questa parte rientra nella sfera delle conoscenze generali e si corrompe col tempo man mano che si allontana dalla sua origine. L'altra parte insegna come fare ci che insegna la prima.
Essa  conservata segretamente in certe scuole e col suo aiuto  sempre possibile rettificare ci che  stato falsato nella prima parte, o reintegrare ci che  stato dimenticato. Senza questa seconda parte, non pu esistere conoscenza della religione o, in ogni caso, questa conoscenza resta incompleta e molto suggestiva. Questa parte segreta esiste nel Cristianesimo, cos come in tutte le altre religioni autentiche, e insegna come seguire i precetti del Cristo e ci che essi realmente significano.
Devo ancora riportare una conversazione sui cosmi. 
Io vedo qui un rapporto con le idee di Kant sul fenomeno e il noumeno, avevo detto a G. D'altronde la questione  tutta qui. La terra, in quanto corpo tridimensionale  il 'fenomeno' ed in quanto corpo a sei dimensioni  il 'noumeno'.
Giusto, aveva risposto G. Soltanto aggiungete adesso l'idea di scala: se Kant avesse introdotto l'idea di scala nella sua filosofia, molte cose che egli scrisse avrebbero valore.  la sola cosa che gli sia mancata.
Pensavo, ascoltando G., che Kant sarebbe stato molto sorpreso di questo appunto. Ma l'idea di scala mi era molto familiare; mi ero reso conto che, prendendola come punto di partenza, era possibile trovare molte cose nuove e inaspettate in ci che noi crediamo di conoscere.
Circa un anno pi tardi, sviluppando l'idea dei cosmi, considerati in relazione ai problemi del tempo, ottenni una tavola del tempo nei differenti cosmi, di cui parler pi avanti. 
Un giorno, parlando della coordinazione di tutte le cose nell'Universo, G. si sofferm specialmente sulla questione della 'vita organica sulla terra'.
Per la scienza ordinaria, disse, la vita organica  una sorta d'appendice accidentale che viola l'integrit di un sistema meccanico. La scienza ordinaria non la collega a niente e non trae alcuna conclusione dal fatto che essa esiste. Ma voi dovreste aver gi capito che non c' e non ci potrebbe essere niente d'accidentale n d'inutile nella natura; ogni cosa ha la sua funzione precisa e serve a uno scopo definito. Cos la vita organica  un indispensabile anello della catena dei mondi, che non potrebbero esistere senza questo anello, come esso non potrebbe esistere al di fuori di loro. Abbiamo gi detto che la vita organica trasmette alla terra differenti influenze planetarie, e che essa serve di nutrimento alla luna, dandole modo cos di ingrandirsi e di fortificarsi.
Ma anche la terra  in crescita, non in volume, ma in coscienza e in ricettivit. Le influenze planetarie che le erano sufficienti in un certo periodo della sua esistenza, diventano insufficienti ed essa ha bisogno di influenze pi sottili. Per ricevere queste influenze pi sottili,  necessario un apparato ricettivo pi sottile. La vita organica deve dunque evolvere per adattarsi ai bisogni dei pianeti e della terra. Allo stesso modo la luna pu essere soddisfatta, in questo o in quel periodo, del nutrimento di una certa qualit che le  fornito dalla vita organica, ma viene un tempo in cui questo nutrimento cessa d'appagarla e non pu pi assicurare la sua crescita; da quel momento la luna comincia ad avere fame. La vita organica deve essere in grado di placare questa fame, altrimenti non ricopre la sua funzione, non risponde al suo scopo.
Ci significa che per rispondere al suo scopo, la vita organica deve evolversi e mantenersi al livello della necessit dei pianeti, della terra e della luna.
Il raggio di creazione, cos come lo abbiamo considerato, dall'Assoluto alla Luna,  come il ramo di un albero  un ramo che ingrandisce.
L'estremit di questo ramo da cui escono i nuovi germogli,  la luna. Se la luna non si sviluppa, se non produce, o non si prepara a produrre alcun germoglio, ci vuoi dire che la crescita di tutto il raggio di creazione si arresta, o meglio, deve trovare una nuova via di crescita, sviluppare qualche ramo laterale. Allo stesso tempo tutto quello che abbiamo detto ci permette di vedere che la crescita della luna dipende dalla vita organica sulla terra. La crescita del raggio di creazione dipende dunque dalla vita organica sulla terra: Se la vita organica viene a mancare o muore, tutto il ramo deperisce immediatamente, o perlomeno tutta la parte del ramo che si trova al di l della vita organica.
La stessa cosa deve prodursi, bench pi lentamente, se la vita organica si arresta nel suo sviluppo, nella sua evoluzione e non pu pi rispondere alle richieste che le vengono fatte. Il ramo pu deperire.
Non bisogna mai dimenticarlo. Alla parte Terra -Luna del raggio di creazione sono state date esattamente quelle propriet di sviluppo e di crescita che sono state date ad ogni ramo di un grande albero. Ma la crescita di questo ramo non  affatto garantita, dipende dall'azione armoniosa e corretta dei suoi tessuti. Se uno dei tessuti cessa di svilupparsi, la stessa cosa avviene per gli altri. Tutto ci che pu essere detto sul raggio di creazione o sulla sua parte Terra -Luna, si riferisce egualmente alla vita organica sulla terra. La vita organica sulla terra  un fenomeno complesso, perch tutti i suoi elementi dipendono strettamente gli uni dagli altri. La crescita generale  possibile solo a condizione che cresca 'l'estremit del ramo', o, per parlare in modo pi preciso, ci sono nella vita organica dei tessuti che si evolvono ed altri che servono loro da nutrimento e da ambiente. Ed ogni cellula in evoluzione comporta a sua volta parti che si evolvono e parti che servono loro di nutrimento. In ogni caso, bisogna ricordare sempre che l'evoluzione non  mai garantita, che essa  solamente possibile e che pu arrestarsi ad ogni momento e in ogni luogo.
La parte della vita organica che si evolve  l'umanit. Anche l'umanit comporta una parte che si evolve, ma ne parleremo pi tardi; per ora, considereremo l'umanit come un tutto. Se l'umanit non si evolve, ci significa che l'evoluzione della vita organica deve arrestarsi e questo provocher a sua volta un arresto nella crescita del raggio di creazione.
D'altra parte, se l'umanit cessa di evolversi, diventa inutile dal punto di vista dei fini per i quali essa era stata creata e, come tale, pu essere 
distrutta. Cos l'arresto dell'evoluzione pu significare la distruzione dell'umanit.
Noi non abbiamo indizi che ci permettano di precisare in quale periodo dell'evoluzione planetaria ci troviamo, n se la terra e la luna avranno o no il tempo d'attendere che la vita organica si sviluppi fino allo stadio voluto della sua evoluzione. Ma coloro che sanno, naturalmente, possono avere delle informazioni esatte in proposito, ossia possono definire in quale fase della loro evoluzione si trovino la terra, la luna e l'umanit. Per quel che ci concerne, noi non possiamo sapere, ma dovremmo ricordarci che il numero delle possibilit non  mai infinito.
D'altra parte se esaminiamo la vita dell'umanit quale nei la conosciamo sul piano storico, non dovremmo convenire che l'umanit gira in un circolo vizioso?
Essa distrugge nel corso di un secolo tutto ci che ha costruito in un altro, ed essa paga attualmente il suo progresso meccanico degli ultimi cento anni, con la perdita di molti altri valori, forse ben pi preziosi, a spese dei quali  avvenuto questo progresso.
In generale, ci sono tutte le ragioni per pensare e affermare che l'umanit  attualmente in un periodo di stagnazione; e di qui al declino ed alla degenerazione il passo  breve. Una stagnazione significa che un processo si  equilibrato. L'apparizione di una qualit qualsiasi provoca immediatamente l'apparire di un'altra qualit di natura opposta. La crescita del sapere in un campo comporta la crescita dell'ignoranza in un altro; la raffinatezza porta con s la volgarit, la libert, la schiavit, il retrocedere di certe superstizioni favorisce lo sviluppo di altre, e cos di seguito.
Ora, ricordando la legge d'ottava, vedremo che un processo equilibrato che si effettua in un certo modo non pu essere modificato a volont in un momento qualsiasi. Un cambiamento pu intervenire, una nuova via pu essere presa, soltanto a certi 'incroci'. Nell'intervallo tra un 'incrocio' e l'altro nulla pu essere fatto. E se un processo passa per un 'incrocio' senza che nulla accada, senza che niente sia fatto,  gi troppo tardi: il processo continuer a svilupparsi secondo leggi meccaniche; anche se coloro che prendono parte a questo processo vedono l'imminenza di una distruzione totale, non saranno in grado di far niente. Lo ripeto, ci sono cose che non possono essere fatte se non in certi momenti, cio a questi 'incroci' che, nelle ottave, abbiamo 
definito gli intervalli mi-fa e si-do.
Naturalmente molta gente pensa che la vita dell'umanit non si svolge come dovrebbe, ed essa inventa ogni sorta di teorie destinate a rinnovarla completamente. Ma non appena viene fuori una teoria, un'altra le si oppone. Ciascun fautore di una teoria pretende raccogliere tutti i suffragi. Egli trova, in effetti, sempre dei partigiani. La vita, ben inteso, non per questo cambia il suo corso, ma la gente continua a credere alle proprie teorie, o a quelle che ha adottato e continua a credere che sia veramente possibile fare qualcosa. E tutte queste teorie sono completamente fantastiche, soprattutto perch esse non tengono in alcun conto ci che  pi importante, ossia la parte molto secondaria che spetta all'umanit ed alla vita organica, nel processo cosmico. Le teorie intellettuali pongono l'uomo al centro di tutto. Come se tutto non esistesse che per lui: il sole, le stelle, la luna, la terra! Esse arrivano a dimenticare persino la misura dell'uomo, la sua nullit, la sua esistenza effimera, ecc...
Ed esse asseriscono che un uomo pu, se lo vuole, cambiare tutta la sua vita, cio organizzarla su principi razionali. Vediamo cos apparire continuamente nuove teorie che suscitano teorie opposte ed esse tutte assieme, con i loro conflitti incessanti, costituiscono senza alcun dubbio una delle forze che mantengono l'umanit nella condizione in cui si trova attualmente. D'altronde tutte queste teorie 'umanitarie' o di 'eguaglianza' non soltanto sono irrealizzabili, ma sarebbero fatali se si realizzassero. Tutto, nella natura, ha il suo scopo e il suo senso, la diseguaglianza tra gli uomini cos come la loro sofferenza. Distruggere la diseguaglianza porterebbe a distruggere ogni possibilit di evoluzione.
Distruggere la sofferenza equivarrebbe per prima cosa a distruggere tutta una serie di percezioni per le quali l'uomo esiste, e in seguito a distruggere lo 'schok', cio la sola forza che possa cambiare la situazione. Ed  la stessa cosa, per tutte le teorie intellettuali.
Il processo di evoluzione, di quellevoluzione che  possibile per l'umanit presa come un tutto,  assolutamente analogo al processo di evoluzione possibile per l'uomo individuale. Esso comincia nello stesso modo: un certo numero di cellule diventano poco per volta coscienti; esse si raggruppano; questo gruppo attira a s altre cellule, ne subordina delle altre e fa servire progressivamente l'organismo intero al suo scopo  e non soltanto pi per mangiare, bere e dormire.
 questa l'evoluzione e non si pu avere alcuna altra specie di evoluzione. Per l'umanit, come per l'uomo preso isolatamente, tutto incomincia a partire 
dalla formazione di un nucleo cosciente. Tutte le forze meccaniche della vita lottano contro la formazione di questo nucleo cosciente nell'umanit, nello stesso modo con il quale le abitudini meccaniche, i gusti e le debolezze lottano nell'uomo contro il 'ricordarsi di s' cosciente.
Si pu dire che vi  una forza cosciente in lotta contro l'evoluzione dell'umanit?, domandai.
Da un certo punto di vista lo si pu dire, rispose G.
Riporto questa risposta perch essa sembra in contraddizione con quello che G. aveva detto prima: che non vi erano che due forze in lotta nel mondo, la 'coscienza' e la 'meccanicit'.
Da dove viene questa forza?
Ci vorrebbe troppo tempo per darvi una spiegazione e questo per noi attualmente non avrebbe alcun significato pratico. Vi sono due processi, talvolta chiamati 'involutivo' e 'evolutivo'. Ecco la loro differenza: un processo involutivo comincia coscientemente nell'Assoluto, ma allo stadio seguente  gi meccanico e lo diventa sempre di pi. Il processo evolutivo, al contrario, incomincia semi consciamente, e diventa sempre pi cosciente man mano che si sviluppa. Ma a certi momenti, una certa coscienza pu apparire nel processo 'involutivo', sotto forma di opposizione cosciente al processo d'evoluzione.
Da dove viene questa coscienza? Dal processo evolutivo, naturalmente. Questo deve procedere senza interruzione. Ogni arresto causa una separazione dal processo fondamentale. Questi frammenti sparsi di coscienza che sono stati arrestati nel loro sviluppo possono anche unirsi, e, per un certo tempo, vivere lottando contro il processo di evoluzione.
Dopo tutto, ci non fa che renderlo pi interessante. In luogo di una lotta contro delle forze meccaniche, pu esserci, in certi momenti, una lotta contro l'opposizione intenzionale di forze realmente molto forti, bench la loro potenza non sia certamente da paragonare con la potenza delle forze che dirigono il processo evolutivo. Queste forze avverse possono anche a volte prendere il sopravvento, e ci perch le forze che dirigono l'evoluzione hanno una scelta di mezzi pi limitata; in altri termini, esse non possono fare uso che di certi mezzi e di certi metodi.
Le forze avverse invece non sono limitate nella scelta dei mezzi, possono usarne diversi, anche quelli che non apportano che un successo temporaneo, e in fin dei conti annullano sia l'evoluzione che l'involuzione. Ma, come ho gi detto, questo argomento  senza significato pratico per noi. Per noi, importa soltanto stabilire dove cominci l'evoluzione e come essa proceda. E se ci ricordiamo la completa analogia tra l'umanit e l'uomo, non sar difficile stabilire se l'umanit sia in via d'evoluzione. 
Possiamo dire, a esempio, che la vita sia governata da un gruppo di uomini coscienti? Dove sono? Chi sono? Vediamo esattamente il contrario: che la vita  in potere dei pi incoscienti e dei pi addormentati. Possiamo dire di vedere nella vita una preponderanza degli elementi migliori, pi forti, pi coraggiosi? Per nulla. Al contrario, vediamo ovunque regnare la volgarit e la stupidit in tutti i loro aspetti. Possiamo dire infine di vedere nella vita aspirazioni verso lunit, verso una unificazione? Certamente no. Noi non vediamo che nuove divisioni, nuove ostilit, nuovi malintesi.
Di modo che, nella situazione attuale dellumanit, nulla denota una evoluzione. Al contrario, paragonando l'umanit a un uomo, vediamo chiaramente il crescere della personalit a spese dell'essenza, vale a dire la crescita dell'artificiale, dell'irreale, di ci che non ci appartiene, a spese del naturale, del reale, di ci che  veramente nostro.
Nello stesso tempo, constatiamo una crescita dell'automatismo.
La civilt contemporanea vuole degli automi. E le persone sono certamente sul punto di perdere le proprie abitudini di indipendenza, diventando sempre pi simili ad automi, a pezzi di macchine. Non  possibile dire come finir tutto questo n come uscirne, e neppure se ci sar una fine o un'uscita. Una sola cosa  certa, ed  che la schiavit dell'uomo non fa che aumentare. L'uomo sta diventando uno schiavo volontario. Non ha pi bisogno di catene: incomincia ad amare la sua schiavit, a esserne fiero. E nulla di pi terribile potrebbe accadere ad un uomo.
Tutto quello che ho detto finora riguarda l'umanit considerata nel suo insieme. Ma come ho gi fatto notare, l'evoluzione dell'umanit non pu compiersi che per mezzo dell'evoluzione di un certo gruppo che, a sua volta, influenzer e guider il resto dell'umanit.
Possiamo dire che esiste un gruppo di questo genere? Pu darsi che lo possiamo basandoci su certi segni, ma in ogni caso dobbiamo riconoscere che  un gruppo piccolissimo, del tutto insufficiente per influire sul resto dell'umanit, O meglio, guardando le cose sotto un altro aspetto, noi possiamo dire che l'umanit  in uno stato tale da essere incapace di accettare la guida di un gruppo cosciente.
Quante persone potrebbero esservi in questo gruppo cosciente? domand qualcuno.
Essi solo lo sanno, rispose G.
Questo vuoi dire che si conoscono tutti?, domand la stessa persona.
Come potrebbe essere diversamente? Immaginatevi due o tre uomini svegli fra una moltitudine di addormentati; si riconosceranno certamente.
Ma coloro che sono addormentati non possono riconoscerli.
Quanti sono? Non lo sappiamo e non possiamo saperlo prima di esserci svegliati; abbiamo gi spiegato che un uomo non pu vedere niente al di sopra del suo proprio livello d'essere. Se esistessero duecento uomini coscienti, e se trovassero il loro intervento necessario e legittimo, potrebbero certamente cambiare tutta la vita sulla terra. Ma o non sono in quantit sufficiente, o non lo vogliono, o non  ancora giunto il tempo, oppure sono gli altri che dormono troppo profondamente.
Eccoci cos alla questione dell'esoterismo.
Parlando della storia dell'umanit, abbiamo gi messo in evidenza che la vita dell'umanit alla quale apparteniamo  governata da forze che provengono da due sorgenti: primo, le influenze planetarie, che agiscono in modo del tutto meccanico e che le masse umane, come gli individui, ricevono del tutto involontariamente e incoscientemente; poi le influenze provenienti dai cerchi interiori dell'umanit, di cui la grande maggioranza degli uomini ignora l'esistenza e il significato cos come ignora le influenze planetarie.
L'umanit alla quale apparteniamo, tutta l'umanit storica e preistorica generalmente conosciuta, non costituisce in realt che il cerchio esteriore 
dell'umanit, all'interno del quale si trovano numerosi altri cerchi. Possiamo allora rappresentarci l'intera umanit, conosciuta e sconosciuta, come costituita da numerosi cerchi concentrici.
Il cerchio ulteriore  chiamato cerchio 'esoterico'; esso comprende coloro che hanno raggiunto il pi alto grado di sviluppo possibile all'uomo; ed  il cerchio degli uomini che possiedono l'Individualit nel pieno senso di questa parola, cio un 'Io' indivisibile, tutti gli stati di coscienza accessibili all'uomo, il controllo completo di questi stati di coscienza, tutto il sapere possibile e una volont libera e indipendente.
Tali individui non possono agire contrariamente alla loro comprensione, od avere una comprensione che le loro azioni non esprimono.
In pi non possono esserci discordie fra loro, n differenze di comprensione.
Di conseguenza, la loro attivit  interamente coordinata e li porta verso uno scopo comune senza costruzione alcuna perch  basata su una comprensione comune ed identica.
Il cerchio seguente  chiamato 'mesoterico', che vuoi dire intermedio.
Gli uomini che appartengono a questo cerchio possiedono tutte le qualit degli appartenenti al cerchio esoterico, con la sola differenza, che il loro sapere ha carattere pi teorico. Questo si riferisce naturalmente ad un sapere di carattere cosmico. Essi sanno e comprendono una quantit di cose che non hanno ancora trovato una espressione nelle loro azioni. Essi sanno pi di quanto non facciano. Ma la loro comprensione non  meno esatta di quella dei membri del cerchio esoterico, di conseguenza  identica. Tra di essi non ci possono essere discordie, non si pu verificare alcun malinteso. Ci che ciascuno comprende, tutti lo comprendono, e ci che tutti comprendono  compreso da ognuno. Ma come abbiamo detto, paragonata a quella del cerchio esoterico, questa comprensione  pi teorica.
Il terzo cerchio  chiamato 'exoterico', cio esteriore, perch  il cerchio esteriore della parte interiore dell'umanit. Gli uomini che fanno parte di questo cerchio hanno, con i membri dei cerchi esoterico e mesoterico, molte conoscenze comuni, ma il loro sapere cosmico  di carattere pi filosofia), cio pi astratto del sapere del cerchio mesoterico. Un membro del cerchio mesoterico calcola, un membro del cerchio exoterico contempla. La comprensione dei membri del cerchio exoterico pu anche non esprimere con azioni. Ma non vi possono essere differenze di comprensione fra di loro. Ci che uno di loro comprende,  compreso da tutti gli altri.
Nella letteratura che ammette l'esistenza dell'esoterismo, l'umanit  generalmente divisa in due cerchi solamente e il cerchio exoterico, in quanto opposto al cerchio 'esoterico'  chiamato: la vita ordinaria.  un errore; in realt, il cerchio 'exoterico'  molto distante da noi ed  situato ad un livello molto alto. Per l'uomo ordinario, si tratta di 'esoterismo'.
Il cerchio esteriore propriamente detto  il cerchio dell'umanit meccanica alla quale noi apparteniamo, la sola che noi conosciamo.
Questo cerchio si riconosce subito dal fatto che, fra le persone che vi fanno parte non vi  e non pu esserci una comune comprensione.
Ognuno comprende a modo suo e tutti in modo diverso. Questo cerchio  chiamato qualche volta il cerchio della 'confusione delle lingue', cio il cerchio in cui ognuno parla la sua lingua, in cui nessuno comprende gli altri n si preoccupa di essere compreso.  dunque il cerchio ove la comprensione reciproca  impossibile, salvo rarissimi istanti del tutto eccezionali e ancora su argomenti poco significativi e condizionati dai limiti della qualit dell'essere. Se le persone appartenenti a questo cerchio diventano coscienti di questa mancanza generale di comprensione e sorge in loro un desiderio di comprensione e di essere compresi, ci significa che tendono inconsciamente verso il cerchio interiore, perch una comprensione reciproca comincia soltanto nel cerchio exoterico e soltanto l  possibile. Ma la coscienza della mancanza di comprensione giunge per vie diversissime.
Cos la possibilit della gente di comprendersi dipende dalla possibilit di entrare nel cerchio exoterico, dove la comprensione comincia.
Se ci rappresentiamo l'umanit sotto la forma di quattro cerchi concentrici, possiamo immaginare quattro porte alla periferia del terzo cerchio, vale a dire del cerchio exoterico, attraverso le quali gli uomini del cerchio meccanico possono penetrare. Queste quattro porte corrispondono alle quattro vie che abbiamo descritto.
La prima  la via del fachiro, la via degli uomini numero 1, degli uomini del corpo fisico, nei quali predominano gli istinti, i sensi e gli impulsi motori, uomini di poco cuore e di scarso intelletto.
La seconda  la via del monaco, la via religiosa, la via degli uomini n. 2, cio degli uomini di tipo emozionale. N il loro intelletto n il loro corpo devono avere una forza particolare.
La terza via  la via dello yogi.  la via dell'intelletto, la via degli uomini n. 3. Il corpo e il cuore non devono essere particolarmente forti altrimenti potrebbero essere un impedimento su questa via.
Al di fuori di queste vie, che non potrebbero convenire a tutti, ve n' tuttavia una quarta.
La differenza fondamentale tra le tre vie, del fachiro, del monaco, dello yogi, e la quarta,  che le tre prime sono legate a forme permanenti mantenutesi quasi invariate nel corso di lunghi periodi storici. La loro base comune  la religione. Le scuole di yogi differiscono poco, esteriormente, dalle scuole religiose. La stessa cosa si pu dire per le diverse confraternite o ordini di fachiri che, nel corso della storia, sono esistite ed esistono ancora in diversi paesi. Queste tre vie tradizionali sono vie permanenti nei limiti del nostro periodo storico.
Due o tre mila anni fa esistevano altre vie ancora, ma sono scomparse. Quanto a quelle mantenutesi fino a oggi, esse erano, a quel tempo, molto meno differenziate.
La quarta via differisce dalle antiche e dalle nuove per il fatto che non  mai permanente, non ha forme determinate e non esistono istituzioni che le siano connesse. Essa appare e dispare secondo le leggi che le sono proprie.
La quarta via non pu esistere senza un certo lavoro che abbia un senso ben definito, ed essa implica sempre una certa attivit, che sola sostiene e giustifica la sua esistenza. Quando questo lavoro  compiuto, cio quando lo scopo che si proponeva  raggiunto, la quarta via scompare; ben inteso, scompare da questo o da quel luogo, scompare in una data forma, per riapparire forse in un altro luogo e in un'altra forma. Le scuole della quarta via esistono per poter portare a compimento il lavoro relativo a uno scopo determinato. Esse non esistono mai per se stesse, come scuole aventi lo scopo di educare o di istruire.
Nessun lavoro della quarta via richiede un aiuto meccanico. Solo un lavoro cosciente pu essere utile in tutto ci che viene intrapreso sulla quarta via. L'uomo meccanico non pu fornire un lavoro cosciente, per cui il primo compito degli uomini che intraprendono tale lavoro  di assicurarsi degli assistenti coscienti.
Il lavoro stesso delle scuole della quarta via pu assumere forme molto varie e avere significati diversissimi. Nelle condizioni ordinarie della vita, la sola occasione di trovare una 'via' sta nella possibilit di incontrare un lavoro di questa specie al suo inizio. Ma l'occasione di incontrare un tale lavoro, come pure la possibilit di approfittare di questa occasione, dipendono da molte circostanze e condizioni.
Quanto pi rapidamente un uomo afferra lo scopo del lavoro proposto, tanto pi presto potr essere utile al lavoro stesso e diventare capace di trame profitto.
Ma qualunque sia lo scopo fondamentale del lavoro, le scuole esistono soltanto per la durata di questo lavoro. Quando il lavoro  finito, le scuole chiudono. Quelli che avevano dato inizio al lavoro lasciano la scena. Coloro che hanno imparato ci che potevano imparare e che hanno raggiunto la possibilit di continuare su questa via in modo indipendente, intraprendono, in una forma o in un'altra, un lavoro personale.
Ma accade talvolta che, quando la scuola chiude, rimanga un certo numero di persone che, avendo gravitato attorno al lavoro ne avevano visto l'aspetto esteriore, scambiandolo per il lavoro nella sua totalit.
Non avendo alcun dubbio su s stessi n sulla giustezza delle proprie conclusioni e della propria comprensione, costoro decidono di continuare il lavoro. A tale scopo, aprono nuove scuole, insegnano agli altri ci che hanno appreso essi stessi, promettendo le stesse cose che erano state promesse a loro. Tutto questo naturalmente non pu essere che un'imitazione esteriore. Ma se guardiamo indietro alla storia, ci  quasi impossibile distinguere dove il vero finisce e dove incomincia l'imitazione. In ogni caso, quasi tutto quello che conosciamo delle diverse scuole occulte, massoniche e alchemiche si riferisce a queste imitazioni. Noi non conosciamo praticamente nulla delle vere scuole, se non il risultato del loro lavoro, e ancora nella sola misura in cui siamo capaci di distinguerlo dalle contraffazioni e dalle imitazioni.
Tuttavia anche questi sistemi pseudo-esoterici hanno il loro ruolo nel lavoro e nelle attivit dei cerchi esoterici. Infatti, servono da intermediari tra l'umanit completamente immersa nella vita materiale e le scuole che si interessano all'educazione di un certo numero di persone, tanto nell'interesse della loro propria esistenza, che per il lavoro di carattere cosmico che esse possano avere da eseguire. L'idea stessa di esoterismo, l'idea di iniziazione, arrivano alla gente, nella maggior parte dei casi, per mezzo di queste scuole e di sistemi pseudo-esoterici; e se queste scuole pseudo-esoteriche non esistessero, la maggior parte degli uomini non avrebbe mai sentito parlare di qualcosa di pi grande della loro vita, perch la verit nella sua forma pura  per loro inaccessibile.
A causa delle numerose caratteristiche dell'essere dell'uomo e specialmente dell'essere contemporaneo, la verit non pu pervenire agli uomini che sotto forma di menzogna. Soltanto sotto questa forma essi sono in grado di accettarla, digerirla e assimilarla. La verit non denaturata sarebbe per loro un nutrimento non digeribile.
Tuttavia, un grano di verit sussiste talora, sotto una forma inalterata, nei movimenti pseudo-esoterici, nelle religioni di chiesa, nelle scuole di occultismo e di teosofia. Esso pu conservarsi nei loro scritti, nei loro rituali, nelle loro tradizioni, nelle loro gerarchie, nei loro dogmi e nelle loro regole.
Le scuole esoteriche  non parlo delle scuole pseudo-esoteriche  che esistono, forse, in certi paesi dell'Oriente, sono difficili a trovarsi, perch si rifugiano di solito in monasteri o templi. Di solito i monasteri tibetani hanno la forma di quattro cerchi concentrici o di quattro cortili separati da alte mura. I templi ind, soprattutto quelli del sud, sono costruiti con la medesima pianta, ma in forma di quadrati contenuti gli uni negli altri. I fedeli hanno accesso al primo cortile esteriore; e talora, eccezionalmente, anche persone di altre religioni ed europei.
Solamente certe caste e certi privilegiati hanno accesso al secondo cortile. Al terzo cortile hanno accesso solamente le persone che prestano servizio nel tempio; al quarto, solo i preti e i brahmani. Esistono dovunque organizzazioni analoghe, all'incirca dello stesso tipo, che permettono alle scuole esoteriche di esistere senza essere riconosciute. Tra dozzine di monasteri, una sola  la scuola. Ma come riconoscerla? Se vi entrate non sarete ammessi che all'interno del primo cortile; solo gli allievi hanno accesso al secondo. Ma questo non lo sapete, vi vien detto che essi appartengono a una speciale casta.
Quanto al terzo ed al quarto cortile non potreste neppure sospettarne l'esistenza. In linea di massima, potreste constatare un tale ordine in tutti i templi senza, tuttavia, avere alcuna possibilit di distinguere un tempio esoterico o un monastero, da un tempio o da un monastero ordinario, a meno che non vi venga detto.
L'idea di iniziazione che giunge a noi attraverso sistemi pseudo-esoterici, ci  dunque trasmessa in una forma completamente errata.
Le leggende relative ai riti esteriori dell'iniziazione si sono create su frammenti di informazioni concernenti gli antichi Misteri. I Misteri costituivano, per cos dire, una via sulla quale erano date, parallelamente a un lungo e difficile periodo di studi, rappresentazioni teatrali di un tipo particolare, che descrivevano, in forma allegorica, l'intero processo dell'evoluzione dell'uomo e dell'universo. 
I passaggi da un livello di essere ad un altro erano caratterizzati da cerimonie di presentazione di natura speciale: le iniziazioni. Ma nessun rito pu dar luogo a un cambiamento di essere. I riti possono soltanto indicare un passaggio superato, un compimento.  solamente nei sistemi pseudo-esoterici, in cui non vi  nient'altro che questi riti, che si attribuisce loro un significato indipendente. Si suppone che un rito, trasformandosi in sacramento, trasmetta e comunichi certe forze all'iniziato, e questo si ricollega alla psicologia di una via di imitazione.
Non vi  e non vi pu essere alcuna iniziazione esteriore. In realt ognuno deve iniziare s stesso. I sistemi e le scuole possono indicare i metodi e le vie, ma nessun sistema, nessuna scuola, pu fare per l'uomo ci che lui stesso deve fare. Una crescita interiore, un cambiamento di essere dipendono interamente dal lavoro che ognuno deve fare su di s. 
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CAPITOLO SEDICESIMO.
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Novembre 1916. La situazione della Russia diventava sempre pi inquietante. Per miracolo, fino a quel giorno la maggior parte di noi era riuscita a tenersi al di fuori degli 'avvenimenti', ma gli 'avvenimenti' ormai incalzavano sempre pi, raggiungevano ognuno di noi personalmente e non potevamo fare a meno di tenerne conto.
Non rientra naturalmente nei miei programmi il descriverli o l'analizzarli. Tuttavia quel periodo fu talmente eccezionale che non saprei passarlo interamente sotto silenzio, a meno di ammettere di essere stato sordo e cieco. D'altra parte niente avrebbe potuto dare tanto materiale per uno studio sulla meccanicit umana, ossia la completa assenza nella storia di ogni elemento volontario, come l'osservazione degli avvenimenti di quel periodo. Certe cose sembravano o avrebbero potuto sembrare dipendere dalla volont di qualcuno, ma era un'illusione: mai era stato cos chiaro che tutto accade e che nessuno fa niente. 
In primo luogo quindi era diventato impossibile non accorgersi che la guerra volgeva alla fine e che essa vi arrivava da sola, per una stanchezza estrema e anche per una comprensione oscura, ma profondamente radicata, dell'assurdit di tutto quell'orrore. Nessuno ora poteva pi credere alle parole e nessun tentativo per galvanizzare la guerra avrebbe potuto andare a buon fine. Tuttavia, era altrettanto impossibile fermarla e tutte le chiacchiere pro o contro la guerra non mostravano altro che l'incapacit dello spirito umano a realizzare persino la propria incapacit. In secondo luogo, era chiaro che la catastrofe si stava avvicinando e non avrebbe potuto essere evitata in nessun caso. Gli avvenimenti seguivano il loro corso e non potevano seguirne nessun altro.
Ero molto colpito in quel periodo dall'atteggiamento degli uomini politici di sinistra, che, passivi sino a quel momento, si disponevano ora ad assumere una parte attiva. In effetti, essi si mostravano i meno preparati, i pi ciechi, i pi incapaci di comprendere ci che facevano, dove andavano, e ci che preparavano, soprattutto per s stessi. Mi ricordo cos bene di Pietroburgo durante il suo ultimo inverno di vita! Chi avrebbe potuto prevedere allora, anche supponendo il peggio, che quello sarebbe stato il suo ultimo inverno? Ma troppe persone odiavano quella citt, troppe la temevano. I suoi giorni erano contati.
Le nostre riunioni continuavano. Durante gli ultimi mesi del 1916, G. non venne pi a Pietroburgo, ma alcuni di noi andavano a Mosca, da dove riportavano nuovi diagrammi e note prese dai suoi allievi. Molta gente nuova veniva ai nostri gruppi, e l'insegnamento di G., nonostante fosse evidente che tutto stava precipitando verso una fine oscura, ma fatale, comunicava a tutti un sentimento di fiducia e di sicurezza. Parlavamo sovente allora di quello che avremmo provato in quel caos se non avessimo avuto l'insegnamento, che diventava sempre pi nostro. Tuttavia, non ci era pi possibile immaginarci come avremmo 
potuto vivere senza di esso e trovare la nostra via nel labirinto delle infinite contraddizioni di quel tempo.
A quel periodo risalgono le nostre prime conversazioni sull'arca di No. Avevo sempre considerato questo mito come una allegoria dell'idea generale di esoterismo, ora cominciavamo tutti a vedere che aveva un altro significato pi preciso: era pure il piano di ogni lavoro esoterico, il nostro incluso. L'insegnamento stesso era un'arca, grazie alla quale noi potevamo sperare di salvarci al momento del diluvio. 
G. non torn che all'inizio del febbraio del 1917. Ad una delle nostre prime riunioni, ci svel unaspetto interamente nuovo di tutto quanto aveva detto sino allora.
Sin qui, disse, abbiamo considerato la 'tavola degli idrogeni' come una tavola di densit di vibrazioni e di densit di materia, in proporzione inversa l'una con l'altra. Ora occorre comprendere che la densit di vibrazioni e la densit di materia esprimono parecchie altre propriet della materia. Per esempio non abbiamo ancora detto nulla sino ad ora, dell'intelligenza, o della coscienza della materia, bench sia proprio la velocit delle vibrazioni di una materia a mostrare il suo grado di intelligenza. Dovete ricordare che non vi  niente di inanimato o di morto nella natura. Ogni cosa  vivente, intelligente e cosciente a modo suo; soltanto, codesta coscienza e codesta intelligenza si esprimono secondo differenti modalit, sui diversi piani dell'essere, ossia secondo le ottave. Niente  morto, vi sono semplicemente diversi gradi di animazione e ottave diverse.
La tavola degli idrogeni, che serve a stabilire la densit di materia e la velocit delle vibrazioni, serve pure a determinare i diversi gradi di intelligenza e di coscienza, poich il grado di coscienza corrisponde al grado di densit o di velocit delle vibrazioni. Ci vuoi dire che pi la materia  densa, meno essa  cosciente, ed intelligente; quanto pi le vibrazioni sono dense, tanto pi la materia  cosciente ed intelligente.
La materia  realmente morta l dove non vi sono pi vibrazioni.
Quindi, nelle condizioni ordinarie della vita alla superficie della terra, la materia morta non ci concerne; la scienza stessa non pu fornircela.
Tutta la materia che conosciamo  vivente e, a modo suo, intelligente.
Determinando il grado di densit della materia, la 'tavola degli idrogeni' determina, con questo, il suo grado di intelligenza. Ci significa che facendo dei confronti fra le materie che occupano posti differenti nella 'tavola degli idrogeni' noi determiniamo non soltanto la loro densit, ma anche la loro intelligenza. Per conseguenza siamo in grado di dire non soltanto quante volte tale o tal altro idrogeno  pi denso o pi leggero di un altro, ma quante volte un idrogeno  pi intelligente di un altro.
Per determinare, con l'aiuto della 'tavola degli idrogeni', le differenti propriet delle cose e delle, creature viventi, costituite da numerosi idrogeni, si parte dal principio che vi  in ogni creatura vivente e in ogni cosa, un idrogeno definito che ne costituisce il centro di gravita; esso  per modo di dire, l'idrogeno medio di tutti gli idrogeni costituenti quella data creatura o cosa. Per trovare questo 'idrogeno medio',  necessario innanzitutto conoscere il livello di essere della creatura in questione. Il livello d'essere  determinato dal numero di piani della sua macchina. Sinora non abbiamo parlato che dell'uomo, e abbiamo considerato l'uomo come una struttura a tre piani. Non possiamo parlare al tempo stesso degli animali e dell'uomo, poich gli animali differiscono dall'uomo in maniera radicale. Gli animali superiori che conosciamo non comportano che due piani; gli animali inferiori non ne hanno che uno. 
G. fece un disegno. l'uomo il montone il verme.
L'uomo  composto di tre piani. Il montone ha due piani. Il verme non ha che un piano.
Allo stesso tempo i piani inferiore e intermedio dell'uomo equivalgono, in un certo modo, a quelli del montone; il suo piano inferiore, preso a s, corrisponde a quello del verme. Si pu dunque dire che l'uomo  costituito da un uomo, da un montone e da un verme; e che il montone  costituito da un montone e da un verme. L'uomo  una creatura complessa; il suo livello d'essere  determinato dal livello d'essere delle creature che lo compongono. Il montone ed il verme possono avere nell'uomo un ruolo pi o meno grande. Cos  il verme ad avere la parte principale nell'uomo n. 1; nell'uomo n. 2  il montone, e nell'uomo n. 3, l'uomo. Queste definizioni tuttavia non valgono che per i casi individuali. In generale, l'uomo  determinato dal centro di gravita del piano medio.
Il centro di gravita del piano intermedio dell'uomo  l'idrogeno 96.
L'intelligenza dell'idrogeno 96 determina l'intelligenza media dell'uomo, ossia del corpo fisico dell'uomo. Il centro di gravita del corpo astrale sar l'idrogeno 48. Il centro di gravita del terzo corpo, l'idrogeno 24. Il centro di gravita del quarto corpo, l'idrogeno 12.
Se rammentate il diagramma dei 4 corpi dell'uomo, che indicava gli idrogeni medi del piano superiore, vi sar pi facile comprendere ci che sto dicendo.
G. disegn questo diagramma: 48 24 12 6. 96 48 24 12. 192 96 48 24.
Il centro di gravita del piano superiore  di un idrogeno soltanto al di sopra del centro di gravita del piano medio. E il centro di gravit del piano medio  di un idrogeno soltanto al di sopra di quello del piano inferiore.
Ma, come ho gi detto, per determinare il livello d'essere mediante la tavola degli idrogeni, si prende abitualmente il piano medio.
A partire da questa impostazione sar possibile risolvere problemi come questo: Supponiamo, ad esempio, che Ges Cristo sia un uomo n. 8. Quante volte Ges Cristo sar pi intelligente di una sedia?
Una sedia non ha piani. Essa  situata fra l'idrogeno 1536 e l'idrogeno 3072, secondo la terza ottava della tavola degli idrogeni. L'uomo n. 8  l'idrogeno 6. Questo idrogeno  il centro di gravita del piano medio dell'uomo n. 8. Se noi possiamo calcolare quante volte l'idrogeno 6  pi intelligente dell'idrogeno 1536, sapremo quante volte un uomo n. 8  pi intelligente di una sedia. Ma, sotto questo rapporto, bisogna ricordarsi che l'intelligenza  determinata non dalla densit di materia, ma dalla frequenza o dall'intensit delle vibrazioni. La densit delle vibrazioni non progredisce, come nelle ottave degli idrogeni, raddoppiando ogni volta, ma secondo una progressione del tutto differente, molto pi rapida della prima. Conoscendo il coefficiente esatto di questa progressione, voi potete risolvere il problema. Io volevo semplicemente dimostrare che, per quanto possa sembrare strano, il problema 
poteva essere risolto.
In relazione a quanto ho detto  essenziale determinare i principi di classificazione e di definizione degli esseri viventi da un punto di vista cosmico, dal punto di vista della loro esistenza cosmica. Per la scienza ordinaria, la classificazione  stabilita secondo caratteristiche esteriori: le ossa, i denti, o le funzioni: mammiferi, vertebrati, roditori, ecc. Per la scienza esatta la classificazione  stabilita secondo caratteristiche cosmiche. Infatti, per ogni creatura vivente, esistono caratteri determinanti che permettono di stabilire con la massima esattezza la classe e la specie alla quale essa appartiene, ossia il suo proprio posto nell'universo, come pure la sua relazione con le altre creature.
Queste sono le caratteristiche dell'essere. Il livello cosmico d'essere di ogni creatura vivente  determinato: Innanzitutto, da quello che mangia; In secondo luogo, da ci che respira; Terzo, dall'ambiente dove vive. Sono queste le tre caratteristiche cosmiche del suo essere.
Prendete per esempio l'uomo. Egli si nutre di idrogeno 768, respira l'idrogeno 192 e vive nell'idrogeno 192. Non vi sono altri esseri come lui sul nostro pianeta, sebbene vi siano esseri che gli sono superiori.
Un animale come il cane pu nutrirsi di idrogeno 768, ma pu anche nutrirsi di un idrogeno ben inferiore, non 768, ma 1536 o pressappoco, nutrimento non assimilabile per l'uomo. Un'ape si nutre con un idrogeno molto superiore a 768, superiore persino a 384, ma essa vive nel suo alveare in un'atmosfera nella quale l'uomo non potrebbe vivere. Da un punto di vista esteriore, l'uomo  un animale, ma di un ordine differente da tutti gli altri animali.
Prendiamo un altro esempio: un verme della farina. Si nutre di farina, un'idrogeno ben pi grossolano dell'idrogeno 768 in quanto il verme pu anche vivere di farina avariata. Diciamo comunque che la farina  1536. Questo verme respira l'idrogeno 192 e vive nell'idrogeno 1536. Un pesce si nutre di idrogeno 1536, vive nell'idrogeno 384 e respira l'idrogeno 192.
Un albero si nutre di idrogeno 1536, respira soltanto in parte idrogeno 192, in parte idrogeno 96 e vive in parte nell'idrogeno 192 e in parte nell'idrogeno 3072 (il suolo).
Se proseguiamo in queste definizioni vedremo che questa classificazione, cos semplice a prima vista, permette le distinzioni pi sottili tra le classi degli esseri viventi, soprattutto se ci ricordiamo che gli idrogeni, presi come abbiamo fatto in quanto ottave, sono concetti molto vasti. Ad esempio, abbiamo detto che un cane, un pesce, e un verme della farina si nutrono allo stesso modo di idrogeno 1536, intendendo con questo sostanze di origine organica, non commestibili per l'uomo. Ora, se ci rendiamo conto che queste sostanze possono a loro volta essere divise in classi definite, vedremo la possibilit di definizioni esattissime. Lo stesso vale per l'aria e per l'ambiente.
Questi caratteri cosmici dell'essere sono direttamente connessi con la definizione dell'intelligenza secondo la tavola degli idrogeni.
L'intelligenza di una materia  determinata dalla creatura alla quale essa pu servire da nutrimento. Ad esempio: che cos' pi intelligente, secondo questo punto di vista, una patata cotta o una patata cruda?
Una patata cruda, che pu servire da nutrimento ai maiali, non pu nutrire l'uomo; una patata cotta  dunque pi intelligente di una patata cruda.
Se questi principi di classificazione e di definizione fossero capiti nel modo giusto, molte cose diventerebbero chiare e comprensibili.
Nessun essere vivente  libero di cambiare a suo piacere n il proprio nutrimento n l'aria che respira, n l'ambiente in cui vive. Lordine cosmico determina per ogni essere il suo nutrimento, la sua aria e il suo ambiente. 
Quando abbiamo parlato delle ottave di nutrimento nel laboratorio a tre livelli, abbiamo visto che tutti gli idrogeni sottili richiesti per il lavoro, la crescita e l'evoluzione dell'organismo, sono elaborati partendo dai tre tipi di nutrimento: il nutrimento nel senso comune della parola, il mangiare e il bere; laria, che noi respiriamo, e infine le impressioni.
Supponiamo ora di poter migliorare la qualit del nutrimento e dell'aria, e di nutrirci, diciamo, di idrogeno 384 invece di 768, e respirare l'idrogeno 96 invece di 192. Quanto sarebbe semplificata e facilitata l'elaborazione delle sostanze sottili nell'organismo! Si, ma vi  in questo un'impossibilit radicale. L'organismo  per l'appunto adattato a trasformare queste materie grossolane in materie sottili: se gli deste materie sottili al posto di materie grossolane non potendole trasformare, morirebbe in breve tempo.
N l'aria, n il nutrimento possono essere cambiati, ma le impressioni, o meglio, la qualit delle impressioni possibili per l'uomo, non dipendono da alcuna legge cosmica. L'uomo non pu migliorare n il suo nutrimento, n l'aria. Migliorare in tal caso, sarebbe infatti rendere le cose peggiori. Ad esempio, l'idrogeno 96 invece di 192, sarebbe un gas rarefatto o un gas incandescente, irrespirabile per l'uomo; il fuoco  idrogeno 96.  la stessa cosa per il nutrimento. L'idrogeno 384  l'acqua. Se l'uomo potesse migliorare il suo nutrimento, ossia renderlo pi sottile, dovrebbe nutrirsi d'acqua e respirare fuoco.  chiaro che  impossibile.
Pur non potendo migliorare n il suo nutrimento, n l'aria, l'uomo pu tuttavia migliorare le sue impressioni fino ad un grado elevatissimo, e introdurre cos idrogeni sottili nel suo organismo.  precisamente su questo che si basa la possibilit della sua evoluzione.
L'uomo non  certo obbligato a nutrirsi delle spente impressioni dell'idrogeno 48, egli pu avere le impressioni degli idrogeni 24 e 12, dell'idrogeno 6 e persino dell'idrogeno 3. Questo cambia tutta la prospettiva e un uomo che trae dagli idrogeni sottili il nutrimento per il piano superiore della sua macchina, differir certamente da un uomo che si nutre di idrogeni grossolani o inferiori.
Nelle riunioni che seguirono, G. avrebbe ancora ripreso questo tema della classificazione degli esseri secondo le loro caratteristiche cosmiche.
Un altro sistema di classificazione merita ancora di essere compreso, disse. Si tratta di una classificazione secondo un rapporto di ottave completamente diverso. La prima, stabilita secondo il nutrimento, l'aria e l'ambiente, si riferisce agli 'esseri viventi', quali noi li conosciamo, comprese le piante, ossia agli individui. L'altra, della quale parler ora, ci conduce molto al di l del limite di ci che noi chiamiamo 'esseri viventi'. Ci conduce al tempo stesso molto al di sopra e molto al di sotto degli esseri viventi; non riguarda pi degli individui, ma delle classi, nel senso pi lato. Prima di tutto, questa classificazione indica che niente in natura procede a salti. Nella natura, tutto  collegato e tutto  vivente. Il diagramma di questa lassificazione  chiamato 'Diagramma di Tutte le Cose Viventi'. 
Secondo questo diagramma, ogni specie di creatura, ogni grado d'essere,  definito al tempo stesso da ci che gli serve di nutrimento e da ci a cui esso serve di nutrimento. Nell'ordine cosmico, infatti, ogni classe di creature si nutre di una determinata classe di creature inferiori e serve a sua volta di nutrimento ad una determinata classe di creature superiori.
G. tracci un diagramma in forma di scala composta da undici quadrati e in ogni quadrato, ad eccezione dei due superiori, tracci tre cerchi con dei numeri. 
Ogni quadrato rappresenta un grado d'essere, disse. L'idrogeno del cerchio inferiore, indica di cosa si nutrono le creature di quella data classe.
L'idrogeno del cerchio superiore indica la classe che si nutre di quelle stesse creature.
Il posto dell'uomo  il settimo quadrato partendo dal basso, o il quinto partendo dall'alto. Secondo questo diagramma, l'uomo  idrogeno 24, si nutre di idrogeno 96, e serve lui stesso di nutrimento all'idrogeno 6. Il quadrato al di sotto di quello dell'uomo sar quello dei vertebrati, il seguente quello degli invertebrati. La classe degli invertebrati  l'idrogeno 96. Di conseguenza l'uomo si nutre di invertebrati.
Per il momento, non cercate le contraddizioni, ma sforzatevi di capire cosa pu significare tutto questo. E neppure paragonate questo diagramma agli altri. Secondo il diagramma della nutrizione l'uomo si nutre di idrogeno 768; secondo questo diagramma, di idrogeno 96. Perch? Che cosa significa questo? L'uno e l'altro sono egualmente giusti. Pi tardi, quando avrete compreso, potrete fare la sintesi.
Il quadrato sottostante rappresenta le 'piante'. Il successivo i 'minerali', il seguente 'i minerali', che costituiscono un gruppo cosmico separato tra i minerali. L'ultimo quadrato poi, non ha nome nel nostro linguaggio, poich non troviamo mai nessuna materia in questo stato sulla superficie della terra. Questo quadrato entra in contatto con L'Assoluto. Vi ricordate quanto abbiamo detto a proposito di Dio Forte. Questo  Dio Forte.
Alla base di questo quadrato egli mise un piccolo triangolo con la punta rivolta in basso.
Prendiamo ora il quadrato che si trova a destra dell'uomo: il quadrato '3, 12, 48'. Si tratta di una classe di creature che non conosciamo; chiamiamole 'angeli'. Il quadrato seguente '1, 6, 24' rappresenta gli esseri che chiameremo arcangeli.
Nel quadrato successivo, egli mise le cifre 3 e 12, poi due cerchi concentrici in cui segn il centro comune e lo chiam 'Eterno Immutabile'. Nell'ultimo quadrato, egli mise le cifre 1 e 6, disegn un cerchio al centro, poi in questo cerchio un triangolo contenente un altro cerchio, di cui segn ugualmente il centro, e lo chiam 'Assoluto'.
Questo diagramma non vi sar comprensibile subito, concluse, ma imparerete a poco a poco a decifrarlo: occorrer soltanto che lo studiate a lungo, astraendovi da tutto il resto. 
Questo infatti fu tutto ci che intesi da G. su questo strano diagramma, che sembrava contraddire molte idee che egli ci aveva esposto prima.
Nelle nostre conversazioni sul diagramma fummo subito d'accordo di considerare gli 'angeli' come pianeti, e gli 'arcangeli' come soli. In questo modo molti altri punti si chiarirono gradualmente; ma ci che ci confondeva molto, era l'apparizione dell'idrogeno 6.144, che non figurava nell'altra scala degli idrogeni, quella terza scala che finiva con l'idrogeno 3.072. Tuttavia G. sottolineava che l'enumerazione degli idrogeni era stata fatta in conformit con la terza scala. 
Molto tempo dopo gli domandai cosa questo significasse.
 un idrogeno incompleto, mi rispose, un idrogeno senza Spirito Santo. Appartiene anch'esso alla stessa scala, ossia alla terza, ma rimane incompleto.
Ogni idrogeno completo si compone di carbonio, di ossigeno e d'azoto. Prendete adesso l'ultimo idrogeno della terza scala, l'idrogeno 3.072, quest'idrogeno  composto di carbonio 512, di ossigeno 1.536, di azoto 1.042.
Ancora pi oltre, l'azoto diventa carbonio della triade seguente, ma non vi  per esso n ossigeno, n azoto.  dunque da s stesso, per compensazione, che diventa idrogeno 6.144. Ma  un idrogeno morto, senza alcuna possibilit di trasformarsi in qualcosa d'altro,  un idrogeno senza lo Spirito Santo.
Questa fu l'ultima visita di G. a Pietroburgo. Tentai di parlargli degli avvenimenti imminenti. Ma non mi disse niente di preciso, e io restai nell'incertezza sul da farsi.
Un avvenimento eccezionale si verific, al momento della sua partenza. L'avevamo tutti accompagnato alla stazione Nicolajevski. G. era con noi sul marciapiede vicino al vagone, stavamo parlando. Egli era come l'avevamo sempre conosciuto. Dopo il secondo colpo di campana, sal nel suo scompartimento e si affacci al finestrino. 
Un altro uomo, era un altro uomo! Non era pi quello che noi avevamo accompagnato al treno. Nello spazio di quei pochi secondi, era cambiato, ma come dire in che consisteva la differenza? Sul marciapiede, egli era come tutti, ma, dal finestrino del vagone, un uomo di tutt'altro ordine ci osservava. Un uomo di cui ogni sguardo, ogni movimento, era improntato di una importanza eccezionale, e di una dignit incredibile, come se egli fosse diventato ad un tratto un principe regnante, o il sovrano di qualche regno sconosciuto verso il quale ritornava, e che noi eravamo venuti a salutare alla partenza.
Alcuni di noi non si resero chiaramente conto, al momento stesso, di cosa succedeva, ma vivevamo tutti, emozionalmente, qualcosa che trascendeva il corso ordinario della vita. Non dur che qualche secondo. Il terzo colpo di campana segu quasi immediatamente il secondo e il treno si mosse. Non ricordo chi parl per primo di questa 'trasfigurazione' di G. quando fummo soli, ma sta di fatto che ciascuno di noi l'aveva constatata, bench non tutti ne avessimo realizzato con la stessa intensit il carattere straordinario. Tutti, senza eccezione, avevamo tuttavia sentito qualcosa che sfiorava il miracoloso.
G. ci aveva spiegato altre volte che, se si possiede a fondo l'arte della plastica, si pu cambiare completamente il proprio aspetto. Egli aveva parlato della possibilit di dare alle proprie sembianze bellezza o bruttezza, di forzare la gente a notarvi, oppure la possibilit di divenire positivamente invisibile.
Cosa era dunque successo? Forse si trattava di un caso esemplare di questa 'plastica'.
Ma la storia non era finita qui. Nello stesso vagone di G. era salito A-off, un noto giornalista che lasciava quel giorno Pietroburgo per un viaggio d'inchiesta (era appena prima della rivoluzione). Egli aveva il posto nello stesso scompartimento. Noi davamo l'addio a G. ad una estremit del vagone, mentre dall'altra, stava il gruppo che prendeva congedo da A-off.
Non conoscevo A-off personalmente, ma tra coloro che erano venuti a salutarlo, si trovavano alcuni amici miei; due o tre di loro erano venuti alle nostre riunioni, e andavano da un gruppo all'altro.
Qualche giorno pi tardi, il giornale di cui A-off era corrispondente, pubblic un articolo intitolato In cammino, dove annotava i suoi pensieri e le impressioni di viaggio. Nel suo scompartimento viaggiava uno strano orientale che in mezzo alla folla di speculatori indaffarati che riempivano il vagone l'aveva colpito per la sua straordinaria dignit e calma; egli guardava questa gente da inaccessibili altezze come fossero moscerini. A-off supponeva che dovesse essere 'un re del petrolio' di Baku, e nel corso della conversazione che ebbe con lui in seguito, certe frasi enigmatiche rafforzarono ancora la sua convinzione che si trattasse di un uomo i cui milioni si ammucchiavano mentre dormiva, e che guardava molto dall'alto le persone affaccendate a guadagnarsi la vita o a fare denaro.
Il mio compagno di viaggio, scriveva A-off, si teneva in disparte, silenzioso. Era un persiano o un tartaro con un copricapo di astrakan di un certo valore. Teneva sotto il braccio un romanzo francese. Beveva del t facendo raffreddare con cura il bicchiere sulla piccola tavola davanti al finestrino. A volte, con il pi gran disprezzo, lasciava cadere uno sguardo sui suoi vicini rumorosi e gesticolanti.
Questi lo consideravano con grande attenzione e con timoroso rispetto. Ci che mi interess maggiormente, fu che egli sembrava essere dello stesso tipo orientale del Sud degli altri viaggiatori, una banda di avvoltoi in volo per andare a spolpare qualche carogna. Aveva il colorito scuro, gli occhi di giaietto nero, e dei baffi come quelli di Zelim-Kham... Perch dunque egli evitava e disprezzava cos la sua propria carne e il suo proprio sangue? Ebbi tuttavia la fortuna di poterlo far parlare: Si preoccupano molto, egli disse.
Nel suo viso olivastro, imperturbabile, i suoi occhi neri, improntati a una cortesia tutta orientale, sorridevano appena. Tacque un istante e riprese: Certo, oggi in Russia vi sono parecchi affari da cui un uomo intelligente potrebbe ricavare un mucchio di soldi. E, dopo un nuovo silenzio, spieg: Dopo tutto,  la guerra. Tutti vogliono diventare milionari.
Nel suo tono, che era tranquillo e freddo, mi sembr di sorprendere una sorta di vanteria fatalista e barbara che si avvicinava al cinismo, e gli domandai bruscamente: E voi?
Cosa?, replic egli.
Non desiderate anche voi diventare milionario?
Egli rispose con un gesto vago e un po' ironico. Mi sembr che non mi avesse sentito o compreso, e ripetei: Non siete avido di profitto, anche voi?
Egli sorrise in modo particolarmente calmo, e rispose con gravita: Noi traiamo profitto da tutto. Niente potrebbe impedirlo. Guerra o non guerra per noi  la stessa cosa. Noi guadagniamo sempre.
Ma in che trafficate? 
In energia solare.
Naturalmente G. alludeva al lavoro esoterico, all'acquisizione della conoscenza, e alla formazione dei gruppi. A-off pens che parlasse del 'petrolio'. E concluse cos il brano del suo articolo dedicato al re del petrolio.
Sarei stato curioso di prolungare la conversazione e di conoscere maggiormente la psicologia di un uomo il cui capitale dipende interamente dall'ordine del sistema solare, che difficilmente poteva essere sconvolto, e i cui interessi, per tale ragione, sembravano situati molto al di sopra della guerra e della pace... 
Cos si concludeva l'episodio del 're del petrolio' nell'articolo di A-off.
Un particolare ci aveva abbastanza sorpresi: il 'romanzo francese' di G. A-off l'aveva inventato oppure G. gli aveva fatto 'vedere', o supporre un romanzo francese nel volumetto giallo o forse neanche giallo, che teneva in mano? G. infatti non leggeva il francese.
Tornato a Mosca, G., durante il tempo che precedette la rivoluzione, non ci diede sue notizie che una o due volte.
Quanto a me tutti i miei piani erano stati sconvolti. Non ero riuscito a pubblicare i miei libri. Non avevo preparato nulla per le edizioni straniere, bench mi fossi reso conto, fin dall'inizio della guerra, che avrei dovuto continuare ormai il mio lavoro di scrittore all'estero. Durante gli ultimi due anni, avevo dedicato tutto il mio tempo all'opera di G., ai suoi gruppi, a conversazioni riguardanti il lavoro, a viaggi fuori Pietroburgo, e avevo completamente trascurato i miei propri affari.
L'atmosfera diventava sempre pi pesante. Si sentiva nell'aria una minaccia molto vicina. Soltanto coloro dai quali pareva dipendere il corso degli avvenimenti, non vedevano e sentivano nulla. Le marionette sono altrettanto insensibili ai pericoli che le minacciano e non comprendono che Io stesso filo che fa uscire il brigante dal cespuglio con il coltello in mano le fa girare a contemplare la luna. Scene analoghe venivano recitate sul teatro degli avvenimenti.
Finalmente l'uragano scoppi: fu 'la grande rivoluzione non sanguinosa'  tra tutte le menzogne la pi assurda e la pi evidente! Ma la cosa pi straordinaria fu che la gente che era sul posto, in mezzo a tutti quegli assassini potesse credere a questa menzogna.
Mi ricordo che parlavamo a quel tempo del 'potere delle teorie'. Coloro che avevano riposto tutte le loro speranze nella rivoluzione, che da essa si erano attesi una liberazione qualsiasi, non volevano e non potevano pi vedere i fatti: non vedevano se non quello che, secondo la loro opinione, sarebbe dovuto succedere.
Quando lessi su di un foglietto, stampato su di una sola facciata, la notizia dell'abdicazione di Nicola Secondo, sentii che era l il centro di gravit di tutto ci che succedeva.
Ilovaisky pu uscire dalla tomba e scrivere nell'ultima pagina del suo libro: 'Marzo 1917, fine della Storia di Russia' , mi dissi.
Non nutrivo per la dinastia alcuna particolare affezione, ma semplicemente non volevo essere ingannato come tanti altri.
Avevo sempre provato un certo interesse per la persona dell'imperatore Nicola Secondo, mi pareva un uomo notevole sotto molti aspetti, ma incompreso da tutti e anche da se stesso. Che io fossi nel vero, si trova confermato dalla fine del suo diario, che fu pubblicato dai Bolscevichi, e che si riferisce al tempo in cui, tradito e abbandonato da tutti, egli mostr una forza e una grandezza d'animo meravigliose. 
Non si trattava tuttavia della persona dell'Imperatore, ma del principio dell'unit del potere, e della responsabilit di tutti riguardo al potere che egli rappresentava in se stesso. Ora questo principio era stato respinto da una parte considerevole dell'intellighenzia russa. Quanto alla parola 'Zar' per la gente essa aveva da molto tempo perso ogni significato, ma aveva ancora una grande importanza per l'esercito e per la macchina burocratica, che, bench molto imperfetta, lavorava ugualmente e sosteneva tutto. Lo 'Zar' era la parte centrale, assolutamente indispensabile, di questa macchina. Labdicazione dello 'Zar' in un tale momento doveva dunque condurre al crollo dell'intero sistema.
E noi non avevamo nient'altro. Il famoso 'mutuo soccorso sociale', la cui creazione aveva richiesto tanti sacrifici, si rivel naturalmente un bluff. Quanto poi a 'improvvisare' qualcosa, non v'era neppure da pensarci. Gli avvenimenti andavano troppo in fretta. L'esercito si sciolse in pochi giorni. La guerra, in realt, era gi finita, ma il nuovo governo si rifiutava di ammetterlo. Si ricorse ancora a un'altra menzogna; la cosa pi sorprendente era che la gente trovata ancora motivi per rallegrarsi! Non parlo dei soldati fuggiti dalle caserme o dai treni che li portavano al massacro, ma della nostra 'intellighenzia' che da 'patriottica', divent immediatamente 'rivoluzionaria' e 'socialista'. Persino il Nuovo Vremya divenne un giornale socialista. Il celebre Menshikoff scrisse un articolo 'Sulla libert', ma non potendolo evidentemente accettare egli stesso, abbandon la partita. 
Circa una settimana dopo la rivoluzione, riunii i componenti principali del nostro gruppo in casa del dottor Sh. ed esposi loro le mie idee sulla situazione. Sostenevo che non aveva il minimo senso, secondo me, voler rimanere in Russia, che avremmo dovuto partire per l'estero; che, secondo ogni probabilit non vi poteva essere che un breve periodo di calma relativa prima del crollo finale; che non avremmo potuto essere di alcuna utilit e che il nostro proprio lavoro sarebbe stato reso impossibile.
Non posso dire che le mie idee fossero accolte con approvazione.
La maggior parte dei componenti dei nostri gruppi non si rendeva conto della gravita della situazione, e pareva loro possibile che tutto tornasse ancora tranquillo e normale. Altri restavano con l'illusione solita che qualunque cosa succeda  per il meglio. Per loro le mie parole erano esagerate; in ogni caso essi non vedevano alcun motivo di affrettarsi. Per altri, la cosa pi spiacevole era che, da lungo tempo, non avevamo notizie di G. e non sapevamo dove fosse. Dopo la rivoluzione una sua lettera ci aveva fatto pensare che non fosse pi a Mosca, ma nessuno sapeva dove fosse andato. In conclusione decidemmo di attendere.
A quel tempo c'erano due gruppi principali, che contavano quaranta persone in tutto, e dei gruppi secondari che si riunivano ad intervalli regolari.
Poco dopo la nostra riunione in casa del dottor Sh. ricevetti una cartolina di G. scritta un mese prima sul treno che da Mosca lo conduceva nel Caucaso. A causa dei disordini era rimasta ferma nell'ufficio postale sino a quel giorno. Si capiva dalla cartolina che G. aveva lasciato Mosca prima della rivoluzione e che quando l'aveva scritta non sapeva ancora niente degli avvenimenti. Scriveva di essere in viaggio per Alessandropoli, mi chiedeva di continuare il lavoro dei gruppi fino al suo ritorno, promettendo di essere tra noi a Pasqua. 
Questo mi poneva dinanzi a un problema molto difficile. Trovavo stupido e senza senso restare in Russia. Tuttavia non volevo partire senza il consenso di G. o, per essere pi sincero, senza di lui. Ora egli era partito per il Caucaso e la sua cartolina, scritta in febbraio, ossia prima della rivoluzione, poteva non avere pi alcun rapporto con la presente situazione. Alla fine presi la decisione di attendere ancora, pur rendendomi conto che ci che era possibile oggi rischiava di non esserlo pi domani. 
Pasqua! Nessuna notizia di G.. Una settimana dopo, un telegramma annunciava che sarebbe arrivato in maggio. Frattanto il primo governo provvisorio ebbe fine. Era gi pi difficile andare all'estero. I nostri gruppi continuavano a riunirsi nell'attesa di G.
Le nostre conversazioni ci riportavano sovente ai 'diagrammi', soprattutto quando dovevamo parlare a persone nuove. Mi pareva sempre che vi fossero su quei diagrammi una quantit di cose che G. non ci aveva detto, e che il loro intimo senso si sarebbe rivelato a noi se li avessimo studiati pi a fondo.
Guardavo un giorno certi appunti presi l'anno precedente sui cosmi. Come gi dissi, i cosmi mi interessavano in modo particolare, poich coincidevano con il 'periodo di dimensione' del mio Nuovo Modello dell'Universo. Ho anche menzionato le difficolt che avevamo incontrate nella comprensione dei 'Microcosmi' e 'Tritocosmi'. Avevamo deciso allora di considerare l'uomo come il 'Microcosmo' e la vita organica sulla terra come il 'Tritocosmo'. Nella nostra ultima conversazione, G. l'aveva approvato tacitamente, ma le sue parole sulle differenze di tempo nei differenti cosmi continuavano a incuriosirmi molto.
Cercavo quindi di ricordarmi ci che P. mi aveva detto sul nostro 'sonno e veglia' e sulla 'respirazione della vita organica'. Cercai molto tempo invano; poi mi ricordai le parole di G : 'il tempo  respirazione. 
Che cosa  la respirazione? mi domandai.
Tre secondi: l'uomo, normalmente, respira (espira ed inspira) una ventina di volte al minuto. Una sola respirazione dura pressappoco tre secondi.
Perch 'sonno-e-veglia' sono la respirazione della vita organica? Cos' sonno-e-veglia?
Per l'uomo e per tutti gli organismi paragonabili a lui, viventi in condizioni simili alle sue, persino per le piante,  24 ore. D'altra parte il sonno e la veglia sono respirazioni perch le piante, ad esempio, quando di notte dormono, espirano, e di giorno quando vegliano inspirano; cos pure per tutti i mammiferi, come per l'uomo vi  una diversit nell'assorbimento dell'ossigeno e nell'esalazione dell'anidride carbonica, fra il giorno e la notte, tra il sonno e la veglia.
Con questa premessa determinai i periodi di respirazione o di sonno e veglia, in questo modo: Microcosmo Respirazione 3 secondi. Sonno e veglia 24 ore 
Tritocosmo. Respirazione 24 ore. Sonno e veglia?
Applicai semplicemente la regola del tre. Dividendo 24 ore per tre secondi, ottenni 28.800. Dividendo 28.800 (i giorni e le notti) per 365, ottenni una piccola frazione di 79 anni: questo mi interess. Settantanove anni, mi dissi, costituiscono il sonno e la veglia della 'vita organica'. Questo numero non mi faceva pensare a niente che riguardasse la vita organica, ma rappresentava la vita dell'uomo.
Cercando allora di portare avanti il parallelo, disposi ci che avevo ottenuto nella seguente maniera: Microcosmo uomo Tritocosmo Mesocosmo vita organica Terra. Respirazione: Respirazione: Respirazione 3 secondi 24 ore 79 anni. Giorno e notte: Giorno e notte: 24 ore 79 anni. Vita: 79 anni.
Di nuovo 79 anni, che non avevano nessun significato in rapporto alla vita della terra. Moltiplicai 79 anni per 28.800 ed ottenni un po' meno di due milioni e mezzo d'anni. Moltiplicando 2.500.000 per 30.000, per semplificazione, ottenni un numero di 11 cifre, 75.000.000.000 di anni. Questo numero doveva significare la durata della vita della terra. Fino a qui tutti questi numeri sembravano logicamente plausibili: due milioni e mezzo di anni per la vita organica e 75 miliardi per la terra. Ma vi sono dei cosmi inferiori all'uomo, pensavo. Cerchiamo di vedere in che rapporto si trovano con questa tavola.
Decisi di considerare, su questo diagramma, due cosmi sulla sinistra del Microcosmo, considerandoli dapprima come cellule microscopiche relativamente grandi, in seguito come le pi piccole cellule possibili, quasi invisibili.
Una simile suddivisione delle cellule in due categorie non  stata fin ora accettata dalla scienza. Se pensiamo tuttavia alle dimensioni all'interno del 'micromondo'  impossibile non ammettere che questo mondo  costituito da due mondi, altrettanto distinti l'uno dall'altro come lo sono il mondo degli uomini e il mondo dei micro-organismi e delle cellule relativamente grandi. Ottenni allora lo schema seguente: 
Piccole cellule.
Grandi cellule.
Microcosmo.
uomo.
Vita organica Terra.
Respirazione.
Giorno e notte.
Vita.
3 secondi.
3 secondi. 
24 ore.
3 secondi.
24 ore.
79 anni.
24 ore.
79 anni.
2.500.000 anni. 
79 anni.
2.500.000 anni.
75 miliardi di anni.
Tutto ci prendeva forma in modo estremamente interessante. Ventiquattro ore apparivano come la durata dell'esistenza della cellula. Per quanto il periodo di vita delle cellule individuali non si possa in alcun modo considerare come stabilito, molti ricercatori sono arrivati alla conclusione che, per una cellula specializzata come lo  una cellula dell'organismo umano, questa durata pare sia proprio di 24 ore. Il periodo 'giorno e notte' della grande cellula  di 3 secondi. Questo non mi suggeriva nulla, ma i tre secondi di vita della piccola cellula per erano per me molto eloquenti: mi indicavano innanzi tutto perch sia cos difficile vedere queste cellule, sebbene per la loro dimensione avrebbero dovuto essere visibili con un buon microscopio. Mi sforzai in seguito di vedere ci che si otterrebbe se la 'respirazione' ossia 3 secondi, fosse divisa per 30.000. Si otterrebbe la decimillesima parte di un secondo ossia la durata di una scintilla elettrica, o ancora quella della pi breve impressione visiva.
Per facilit di calcolo e per maggior chiarezza presi 30.000 invece di 28.800. Quattro periodi si trovavano cos collegati, o separati l'uno dall'altro, mediante un solo ed eguale coefficiente di 30.000  la pi breve impressione visiva, la respirazione o periodo d'inspirazione ed espirazione, il periodo di sonno e di veglia, e la massima durata media della vita. Al tempo stesso, a ciascuno di questi periodi ne corrispondevano altri due, l'uno molto minore in un cosmo superiore, l'altro ben pi grande, in un cosmo inferiore. Senza trarre ancora una conclusione, tentai di fare uno schema pi completo, ossia di introdurvi tutti i cosmi ed aggiungervi due dei cosmi inferiori, il primo che chiamai 'molecola' e il secondo 'elettrone'.
Sempre per essere pi chiaro, moltiplicando per 30.000 arrotondai le cifre e presi due coefficienti soltanto: 3 e 9; ossia 3.000.000 al posto di 2.500.000;-90.000.000.000 invece di 75.000.000.000 ed 80 al posto di 79, e cos via.
Ottenni il seguente schema. Questa tavola fece subito sorgere in me una moltitudine di pensieri.
Non avrei saputo dire se essa era corretta o se definisse esattamente la relazione di un cosmo con un altro. Il coefficiente 30.000 sembrava troppo elevato, ma ricordavo che la relazione di un cosmo con un altro esprime un rapporto 'da zero all'infinito', e di fronte ad una simile relazione, nessun coefficiente poteva essere troppo grande. La relazione 'da zero all'infinito' era la relazione tra grandezze di differenti dimensioni.
G. diceva che ogni cosmo  tridimensionale per s stesso. In conseguenza il cosmo che gli  superiore era a quattro dimensioni e quello inferiore a due dimensioni. Il cosmo superiore seguente  a cinque dimensioni, come il cosmo inferiore seguente  ad una dimensione. Ogni cosmo, relativamente ad un altro  una grandezza che comporta un numero di dimensioni superiori ed inferiori. Non si potevano tuttavia avere che sei dimensioni o, con lo zero, sette; quindi con questa tavola si ottenevano undici cosmi. A prima vista, questo sembrava strano, ma a prima vista soltanto, poich, come si prendeva in considerazione la durata dell'esistenza di un cosmo qualsiasi in rapporto a quella dei cosmi pi elevati, i cosmi inferiori sparivano molto tempo prima di aver raggiunto la settima dimensione.
Prendiamo ad esempio, luomo in relazione al sole. Se si prende l'uomo come primo cosmo, il sole si trova ad essere nei suoi riguardi il quarto cosmo; ma una lunga vita umana, 80 anni, non ha per il sole che la durata di una scintilla elettrica, quella della pi breve impressione visiva.
Cercai di ricordarmi tutto quello che G. aveva detto sui cosmi. 
Ogni cosmo  un essere animato e intelligente che nasce, vive e muore. Un solo cosmo non pu contenere tutte le leggi dell'universo, ma tre cosmi presi insieme, le includono in s; ossia, si pu dire che due cosmi, uno superiore, l'altro inferiore determineranno il cosmo intermedio. ' L'uomo che passa, nella sua coscienza al livello di un cosmo superiore, passa anche, per il fatto stesso, al livello di un cosmo inferiore.
Io sentivo che in ciascuna di queste parole, si trovava il filo di una comprensione della struttura del mondo, ma vi erano troppi fili, e io non sapevo da dove incominciare.
Come appare il movimento di un cosmo in funzione di un altro? Quando e come sparisce? In quali rapporti sono i numeri che ho trovato con i numeri pi o meno stabiliti dei movimenti cosmici, come la velocit di spostamento dei corpi celesti, la velocit di spostamento degli elettroni in un atomo, la velocit della luce? ecc.
Quando giunsi a confrontare i movimenti dei vari cosmi ottenni qualche correlazione che mi colp. Per esempio, considerando la terra, vidi che il tempo di rotazione sul suo asse equivaleva a un decimillesimo di secondo, ossia la durata di una scintilla elettrica.  poco probabile che ad una tale velocit la terra possa rendersi conto della propria rotazione su di s. Mi rappresentai luomo gravitante a questa stessa velocit attorno al sole, e calcolai che la sua rotazione durerebbe per lui la venticinquesima parte di un secondo, ossia la velocit di una istantanea fotografica.
Data l'enorme distanza che la terra dovrebbe percorrere in questo tempo, si imponeva dunque la deduzione che la terra non pu essere cosciente di s come noi la conosciamo, ossia sotto forma di sfera, ma deve avere coscienza di s stessa come di un anello, o di una lunga spirale di anelli. Quest'ultima idea era la pi verosimile se si definiva il presente come tempo della respirazione.
Era la prima che mi era venuta in mente, l'anno precedente, dopo la conferenza sui cosmi, quando G. aveva introdotto l'idea che il tempo  respirazione.
Pensavo allora che la respirazione era forse l'unit di tempo, cio che per la sensazione immediata, il tempo della respirazione era sentito come il presente. Partendo da questo, e supponendo che la sensazione di s, ossia del proprio corpo, fosse collegata alla sensazione del presente, ero arrivato alla conclusione che la terra, il cui tempo di respirazione  di 80 anni, avrebbe una sensazione di s equivalente a 80 anelli di una spirale. Avevo ottenuto una conferma inattesa di tutte le deduzioni del mio Nuovo Modello dell'Universo.
Passando ai cosmi inferiori situati sulla mia tabella alla sinistra dell'uomo, trovai nel primo di essi la spiegazione di ci che mi era sempre apparso cos inesplicabile, cos enigmatico nel lavoro del nostro organismo, ossia la velocit stupefacente, quasi istantanea, di numerosi processi interiori. Mi era sempre parso che vi fosse una specie di ciarlataneria da parte dei fisiologi, nel non attribuire importanza a questo fatto. La scienza naturalmente spiega soltanto ci che pu spiegare.
In tal caso per essa non dovrebbe, secondo me, nascondere il fatto e trattarlo come se non esistesse; essa dovrebbe al contrario attirare l'attenzione su di esso, e farne menzione ad ogni occasione. Un uomo che non si interessi a questioni di fisiologia pu non stupirsi del fatto che l'effetto di una tazza di caff, di un bicchiere di cognac, del fumo di una sigaretta, sia immediatamente avvertito in tutto il corpo, cambiando tutte le correlazioni interne delle forze, la forma ed il carattere delle reazioni; ma per un fisiologo dovrebbe essere chiaro che in questo lasso di tempo impercettibile, pressappoco uguale ad un respiro si sono compiuti una lunga serie di processi complicati, chimici ed altri.
La sostanza entrata nell'organismo, ha dovuto essere analizzata con cura, le pi piccole particolarit sono state notate; nel corso del processo di analisi, questa stessa sostanza  passata in numerosi laboratori,  stata scomposta nelle sue parti costitutive e mescolata ad altre sostanze; in seguito questo miscuglio  stato incorporato all'alimento che nutre i diversi centri nervosi. Per tutto questo dovrebbe occorrere molto tempo. Ora, ci che rende la cosa assolutamente fantastica e miracolosa,  la brevit dei secondi del nostro tempo, durante i quali questo processo si effettua: ma il lato fantastico scompare, allorch ci rendiamo conto che per le grandi cellule che dirigono evidentemente la vita dell'organismo, una sola delle nostre respirazioni dura ventiquattro ore.
Ora, in ventiquattro ore, e anche in un tempo due o tre volte minore, ossia in otto ore (che equivale ad un secondo) tutti i processi che sono stati citati possono essere effettuati scrupolosamente, proprio come lo sarebbero in un grande stabilimento chimico bene organizzato e con numerosi laboratori.
Passando al cosmo delle piccole cellule, che  al limite o al di l della visione microscopica, vi trovai la spiegazione dell'inesplicabile. Ad esempio, casi di infezione quasi istantanea di malattie epidemiche, in special modo quelle per cui non si pu trovare la causa dell'infezione.
Se tre secondi sono i limiti di vita di una piccola cellula di questa specie, e sono presi come equivalenti alla lunga vita di un uomo, si concepisce in effetti la velocit alla quale queste cellule possono moltiplicarsi, poich per esse quindici secondi corrispondono a quattro secoli!
In seguito, passando al mondo delle molecole, mi trovai davanti al fatto che la brevit dell'esistenza di una molecola  un'idea inaspettata.
Si suppone generalmente che una molecola, bench strutturalmente molto complessa, esista, in quanto interiorit vivente degli elementi di cui la materia  costituita, quanto l'esistenza della materia stessa. Siamo costretti ad abbandonare questa idea piacevole e tranquillante. La molecola, viva all'interno non pu essere morta all'esterno, e come tutte le cose vive, essa deve dunque nascere, vivere e morire. La durata della sua vita, uguale a quella di una scintilla elettrica o alla dieci millesima parte di un secondo,  troppo breve per agire direttamente sulla nostra immaginazione. Ci occorre un'analogia, un paragone qualsiasi, per comprendere ci che questo significhi. Il fatto che le cellule del nostro organismo muoiano, e siano sostituite da altre, ci aiuter. La materia inerte  il ferro, il rame, il granito  devessere rinnovata dal di dentro pi in fretta che il nostro organismo. In realt essa cambia 
sotto i nostri occhi. Guardate una pietra, poi chiudete gli occhi; quando li riaprirete non sar pi la stessa pietra; non sussister neppure una sola delle sue molecole di prima. Infatti non si tratter neppure pi delle molecole che avevate visto, ma soltanto delle loro tracce. Ancora una volta mi riportavo al Nuovo Modello dell'Universo. Questo spiegava inoltre 'perch non possiamo vedere le molecole', argomento da me trattato nel capitolo 2 quell'opera.
Inoltre, vedevo nell'ultimo cosmo, ci nel mondo dell'elettrone, un mondo a sei dimensioni. Mi domandai se non si potesse escogitare una migliore elaborazione del rapporto delle dimensioni. Prendere l'elettrone come corpo tridimensionale,  troppo insoddisfacente. Anzitutto la durata della sua esistenza  nell'ordine di un trecento milionesimo di secondo: questo  molto al di l dei limiti della nostra immaginazione.
Si ritiene che la velocit di rivoluzione di un elettrone all'interno dell'atomo si esprima con un numero inverso di quindici cifre (uno diviso da un numero di quindici cifre). Poich l'intera vita di un elettrone calcolata in secondi,  uguale a uno diviso per un numero di nove cifre, ne consegue che durante la durata della sua vita, esso compie un numero di rivoluzioni attorno al suo 'sole' uguale a un numero di sei cifre o, se si fa entrare nel conto il coefficiente, a un numero di sette cifre.
Se noi consideriamo la terra nel suo movimento di rivoluzione attorno al sole, essa compie, nel corso della sua vita, secondo la mia tavola, un numero di rivoluzioni attorno al sole uguale ad un numero di undici cifre. Sembra che ci sia una differenza enorme tra un numero di sette cifre ed un numero di undici cifre, ma se confrontiamo con l'elettrone, non pi la terra, ma Nettuno, allora la differenza sar ben minore, non sar che la differenza tra un numero di sette cifre ed un numero di nove cifre  una differenza di due decimali al posto di quattro.
D'altronde la velocit di rivoluzione di un elettrone all'interno dell'atomo  una quantit molto approssimativa. Occorre ricordarsi che la differenza tra i periodi di rivoluzione dei pianeti attorno al sole si esprime con un numero di tre cifre, poich Mercurio gira con una velocit 460 volte superiore a quella di Nettuno.
La vita di un elettrone, confrontata alla nostra percezione ci appare nel modo seguente. La nostra pi rapida percezione visuale  uguale a 1/10.000 di secondo. L'esistenza di un elettrone equivale a 1/30.000 di 1/10.000 di secondo, cio 1/300.000.000 di secondo, e durante questo tempo esso compie 7 milioni di rivoluzioni attorno al protone. Per conseguenza se dovessimo vedere un elettrone come un lampo di 1/10.000 di secondo non vedremmo l'elettrone nel senso stretto di questo termine, ma la traccia dell'elettrone, consistente in sette milioni di rivoluzioni moltiplicate per 30.000, cio una spirale il cui numero 
di anelli sarebbe di tredici cifre, o, nel linguaggio del Nuovo Modello dell'Universo, 30.000 ricorrenze dell'elettrone nell'eternit.
Il tempo, secondo la tavola che avevo ottenuta, andava innegabilmente al di l della quarta dimensione. Mi domandavo se possibile applicare a questa tavola la formula di Minkovski, prendendo il tempo come la quarta 'coordinata' del mondo. Secondo me, il 'mondo' di Minkovski corrispondeva precisamente a ciascun cosmo non era considerato isolatamente. Decisi di cominciare dal 'mondo degli elettroni ' e di prendere come t la durata d'esistenza di un elettrone.
Questo coincideva con un'enunciazione del mio libro, cio che il tempo  vita. Il risultato avrebbe mostrato la distanza (in chilometri) percorsa dalla luce durante la vita di un elettrone.
Nel cosmo seguente si sarebbe trattato della distanza percorsa dalla luce durante la vita di una molecola; nel seguente, durante la vita di una piccola cellula, poi durante la vita di una grande cellula, successivamente durante la vita dell'uomo, ecc. Per tutti i cosmi, i risultati dovevano essere ottenuti in misure lineari, cio espressi in frazione di chilometri o in chilometri. La moltiplicazione di un numero di chilometri per la radice quadrata di meno uno doveva dimostrare che non avevamo pi a che fare con delle misure lineari e che la cifra ottenuta era una misura di tempo. L'introduzione di nella formula, 
pur non mutandola quantitativamente, indica che essa si riferisce interamente ad un'altra dimensione.
In questo modo, per quanto concerne il cosmo degli elettroni, la formula di Minkovski prende la forma seguente: 300.000 3.10 7. ossia la radice quadrata di meno uno moltiplicato per 300.000 (che  e, o la velocit della luce, 300.000 chilometri per secondo) poi per 1 di secondo, cio la durata della vita di un elettrone. Moltiplicando 300.000 per x si avr xdi chilometro, 300.000.000 1.000 cio un metro. Un 'metro' rappresenta la distanza percorsa dalla luce 
durante la vita di un elettrone, che procede alla velocit di 300.000 chilometri per secondo. La radice quadrata di meno uno che fa di 'un metro' una quantit immaginaria, indica che la misura lineare di un metro nel caso in questione,  la 'misura del tempo' ossia della quarta coordinata.
Passando 'al mondo delle molecole' la formula di Minkovski diventa: 300.000 x 10.000. Secondo la tavola, la decimillesima parte di un secondo  la durata dell'esistenza di una molecola. Se moltiplichiamo 300.000 chilometri per 1/10.000, ci dar 30 chilometri. Il 'tempo' nel mondo delle molecole  ottenuto con la formula 30. Trenta chilometri rappresentano la distanza che la luce percorre durante la vita di una molecola, in 1/10.000 di secondo.
Proseguendo, nel 'mondo delle piccole cellule', la formula di Minkovski si enuncia cos: 300.000 3 oppure 900.000 vale a dire 900.000 chilometri moltiplicati per la radice quadrata di meno uno. 900.000 chilometri rappresentano la distanza percorsa dalla luce durante la vita di una piccola cellula, ossia in soli tre secondi. 
Continuando gli stessi calcoli per i cosmi seguenti, ottenni per le grandi cellule, un numero di undici cifre, indicante la distanza percorsa dalla luce in 24 ore; per il 'Microcosmo' un numero di sedici cifre, espressione in chilometri della distanza percorsa dalla luce in 80 anni, per il 'Tritocosmo' un numero di venti cifre, per il 'Mesocosmo' un numero di venticinque cifre, per il 'Deuterocosmo' un numero di ventinove cifre, per il 'Macrocosmo', un numero di trentaquattro cifre; per 'Agiocosmo', un numero di trentotto cifre; per il 'Protocosmo', un numero di quarantadue cifre o in altri termini, ci significa che durante la vita del 'Protocosmo' un raggio di luce percorre 900.000.000.000.000.000.000.000.000.000.000.000.000.000 chilometri.
L'applicazione della formula di Minkovski alla tavola del tempo, quale l'avevo ottenuta, dimostra chiaramente, secondo me, che la 'quarta coordinata non pu essere stabilita che per un solo cosmo alla volta, il quale appare allora come il 'mondo a quattro dimensioni' di Minkovski. 
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NOTA: Secondo le ultime conclusioni scientifiche, un raggio di luce percorre una curva e, dopo aver fatto il giro dell'universo, ritorna alla sua origine dopo 1.000.000.000 di anni luce; 1.000.000.000 di anni luce rappresentano dunque la circonferenza dell'universo, bench le opinioni dei ricercatori differiscano moltissimo su questo punto, e che i numeri relativi alla circonferenza dell'universo non possano in nessun caso essere considerati come rigorosamente stabiliti, anche accettando tutte le considerazioni circa la densit della materia dell'universo che conducono ad essi.
In ogni caso, se prendiamo il numero generalmente adottato per la circonferenza ipotetica dell'universo, otteniamo allora, dividendo 9 1028 per 108, un numero di venti cifre, che mostrer quante volte un raggio di luce far il giro dell'universo durante la vita del Protocosmo'. FINE NOTA.
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Due, tre cosmi o pi non possono essere considerati come un mondo a 'quattro dimensioni', ed essi esigono per la loro descrizione cinque o sei coordinate.
Al tempo stesso, la formula di Minkovski dimostra, per tutti i cosmi, la relazione fra la quarta coordinata d'uno dei cosmi con la quarta coordinata di un altro. E questa relazione  ossia la relazione tra i quattro periodi principali di ciascun cosmo, come pure quella tra uno dei periodi di un cosmo e il periodo corrispondente, cio di nome simile, di un altro cosmo,   uguale a trentamila.
Mi interess in seguito, in ci che chiamai la 'tavola del tempo nei differenti cosmi', la relazione dei cosmi e del tempo dei differenti cosmi con i centri del corpo umano.
G. aveva parlato sovente dell'enorme differenza di velocit nei vari centri. Il ragionamento precedente mi condusse, per quel che riguarda la velocit del lavoro interiore dell'organismo, all'idea che questa velocit appartenesse al centro istintivo. Su questa base, mi proposi di partire dal centro intellettuale, prendendo come unit di lavoro, per esempio, il tempo necessario per la piena percezione di un'impressione, cio per la sua ricezione, la sua classificazione, la sua definizione e per la reazione corrispondente. Ora, se  vero che i centri sono, gli uni in rapporto agli altri, in una relazione analoga a quella dei cosmi, avrebbero potuto effettuarsi durante il medesimo tempo: nel centro istintivo 30.000 percezioni, nel centro emozionale superiore e nel sesso 30.0002, nel centro intellettuale superiore 30.0003.
Allo stesso tempo, seguendo la legge indicata da G. a proposito della correlazione tra i cosmi, il centro istintivo, in rapporto alla testa o al centro intellettuale, comprenderebbe i due cosmi, vale a dire il secondo Microcosmo e il Tritocosmo. In seguito, il centro emozionale superiore e il sesso presi isolatamente comprenderebbero il terzo Microcosmo e il Mesocosmo. Infine il centro intellettuale superiore comprenderebbe il quarto Microcosmo e il Deuterocosmo.
Quest'ultimo centro poi si riferisce a uno sviluppo superiore, a quello sviluppo dell'uomo che non pu essere ottenuto n in modo accidentale, n in maniera naturale. Nello stato normale dell'uomo il centro sessuale, che lavora 30.000 volte pi veloce dei centri istintivo e motore e 30.0002 volte pi veloce del centro intellettuale, possederebbe, riguardo alla velocit, un enorme vantaggio su tutti gli altri centri.
Moltissime possibilit di studio mi si erano aperte davanti, circa la relazione tra i centri e i cosmi.
Ci che attir poi la mia attenzione, fu il fatto che la mia tavola coincideva con talune idee ed anche con i numeri dei 'calcoli cosmici del tempo' che si possono rinvenire tra gli 'Gnostici' ed in India.
Un giorno di luce  un migliaio d'anni del mondo, e trentasei miriadi d'anni e una mezza miriade d'anni del mondo (365.000) sono soltanto un anno di luce.
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NOTA: da Pistis Sophia, pagina 203, traduzione inglese del 1921. FINE NOTA.
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Qui i numeri non coincidono, ma nei testi ind la corrispondenza, in certi casi,  flagrante. Vi si parla della 'respirazione di Brahma', dei 'giorni e della notte di Brahma', di una 'et di Brahma'.
Se prendiamo come anni i numeri dati nei testi ind, allora il Mahamanvantara, vale a dire 'l'et di Brahma', o 311.040.000.000.000 anni (numero di quindici cifre) coincide pressappoco con il periodo di esistenza del sole (un numero di sedici cifre); e il 'giorno e notte di Brahma', 8.640.000.000 (numero di dieci cifre) coincide pressappoco con il 'giorno e notte del sole' (numero di undici cifre).
Se consideriamo l'idea ind del tempo cosmico senza tener conto dei numeri, appaiono altre corrispondenze interessanti. Cos, se consideriamo Brahma come Protocosmo, allora l'espressione 'Brahma inspira ed espira l'Universo' coincide con la tavola, poich la respirazione di Brahma (o il Protocosmo  numero di venti cifre), coincide con la vita del Macrocosmo, vale a dire il nostro universo visibile o il mondo delle stelle.
Parlai molto con Z. della tavola del tempo ed ero curiosissimo di sapere ci che G. ne avrebbe detto quando l'avremmo visto.
Nell'attesa passavano i mesi. Finalmente  eravamo gi in giugno  ricevetti un telegramma da Alessandropoli: 'Se volete riposarvi, venite qui da me'.  Era proprio G.!
Due giorni dopo lasciai Pietroburgo. La Russia 'priva di autorit' presentava un curioso spettacolo. Tutto sembrava mantenersi per inerzia. I treni tuttavia viaggiavano ancora regolarmente, i controllori cacciavano fuori dai vagoni una folla indignata di viaggiatori senza biglietto. Impiegai cinque giorni per raggiungere Tiflis, in luogo dei tre giorni normali.
Il treno giunse a Tiflis di notte. Impossibile uscire in citt; fui obbligato ad attendere la mattina nel caff. La stazione era piena di una accozzaglia di soldati che di propria iniziativa ritornavano dal fronte del Caucaso. Molti erano ubriachi. Si tennero dei comizi sulla banchina, per tutta la notte, davanti alle finestre del buffet  e furono adottate delle risoluzioni. Durante i comizi ci furono tre 'corti marziali' e tre uomini furono fucilati sulla banchina. Un 'compagno' ubriaco che aveva fatto irruzione nel buffet, spiegava a tutti che il primo era stato fucilato per furto, il secondo per errore, perch era stato preso per primo, e il terzo era stato, anche lui, fucilato per errore, perch era stato scambiato per il secondo.
Fui obbligato a passare la giornata a Tiflis. Il treno per Alessandropoli non partiva che alla sera. Arrivai l'indomani mattina e trovai G. che stava installando una dinamo per suo fratello.
Una volta ancora, constatai la sua incredibile capacit di adattarsi a qualsiasi lavoro, a qualsiasi attivit.
Feci la conoscenza dei suoi genitori. Gente di cultura molto antica, tutta particolare. Suo padre amava i racconti della sua terra, le leggende e le tradizioni, aveva la natura di un 'bardo'; sapeva a memoria migliaia e migliaia di versi, negli idiomi locali. Erano greci dell'Asia Minore, ma tra di loro parlavano armeno come tutti quelli di Alessandropoli.
I primi giorni dopo il mio arrivo, G. era cos occupato che non ebbi occasione di domandargli ci che pensava della situazione generale, n quello che contava di fare. Ma quando riuscii a parlargliene, mi disse di non essere del mio parere, che tutto ben presto si sarebbe calmato, e che noi avremmo potuto lavorare in Russia. Aggiunse che in ogni caso voleva ritornare a Pietroburgo per vedere la Nevsky con il piccolo mercato di semi di girasole di cui gli avevo parlato e decidere laggi sul da farsi. Non potevo prenderlo sul serio, giacch conoscevo i suoi modi di parlare, e attesi.
Difatti mentre mi diceva tutto questo con apparente seriet, G. mi suggeriva che non sarebbe stato male andare in Persia o anche pi lontano, egli conosceva un luogo fra le montagne della Transcaucasia dove si poteva vivere molti anni senza incontrare nessuno.
Nell'insieme conservavo un sentimento di incertezza, ma speravo, malgrado tutto, sulla via di Pietroburgo, di convincerlo a partire per l'estero, se fosse stato ancora possibile. 
G. attendeva evidentemente qualcosa. La dinamo funzionava, ma noi non ci muovevamo.
Nella casa, c'era un interessante ritratto di G., che mi rivel molte cose su di lui. Era l'ingrandimento di una fotografia presa quando era molto giovane, lo si vedeva in redingote nera con i capelli ricciuti spazzolati all'indietro. Questo ritratto mi fece comprendere quale era stata a quel tempo la sua professione, della quale non parlava mai. Questo mi sugger molte idee interessanti. Ma poich si tratt di una scoperta mia personale, manterr il segreto.
Tentai pi volte di parlare a G. della mia 'tavola del tempo nei differenti cosmi', ma egli scartava tutte le conversazioni teoriche.
Alessandropoli mi piacque molto. Il quartiere armeno ricordava una citt d'Egitto o dell'India del Nord, con le sue case dai tetti piani ove cresceva l'erba. Sulla collina si trovava un antichissimo cimitero armeno, di dove si potevano vedere le cime nevose del monte Ararat. In una delle chiese armene vi era una meravigliosa immagine della vergine. Il centro della citt ricordava un villaggio russo, ma il suo mercato era tipicamente orientale, soprattutto per i suoi calderai che lavoravano in botteghe aperte. Il meno interessante era apparentemente il quartiere greco, dove si trovava la casa di G. Il suburbio tartaro, sul torrente, era invece uno dei pi pittoreschi, ma anche, a giudicare da ci che si diceva negli altri quartieri della citt, dei pi malfamati.
Non so che cosa rimane d'Alessandropoli dopo tutti i movimenti di indipendenza, le repubbliche, le federazioni, ecc. Penso che non si possa essere certi d'altro che della vista del monte Ararat.
Non riuscii quasi mai a vedere G. da solo, e a parlargli. Egli passava gran parte del suo tempo con suo padre e sua madre. Mi piaceva molto la relazione che egli aveva con il padre; era improntata ad una considerazione straordinaria. Il padre di G. era un vecchio robusto, di media taglia, sempre con la pipa fra i denti, e un berretto d'astrakan in testa. Era difficile credere che avesse pi di ottant'anni. Parlava a stento il russo. Usava intrattenersi con G. per delle ore, e mi piaceva vedere come questi l'ascoltava, ridendo un tantino in certi casi, ma senza perdere un secondo il filo della conversazione, alimentandola con le sue domande e con i suoi commenti. Il vecchio era evidentemente felice di parlare con il figlio. G. gli dedicava tutto il suo tempo libero, e non rivelava mai alcuna impazienza; al contrario manifestava un continuo interesse per ci che diceva il vegliardo. Anche se questa attitudine era in parte voluta, non poteva esserlo del tutto altrimenti non avrebbe avuto un senso. Ero molto interessato e attirato da questa dimostrazione di sentimento 
da parte di G.
Passai in. tutto due settimane ad Alessandropoli. Finalmente un bel mattino, G. mi disse che saremmo partiti per Pietroburgo entro due giorni, e infatti partimmo.
A Tiflis, vedemmo il generale S. che aveva frequentato per qualche tempo il nostro gruppo di Pietroburgo. Parve che il colloquio con lui desse a G. una visione nuova della situazione e gli facesse modificare i suoi piani. Durante il viaggio a Tiflis, avemmo una conversazione interessante in una piccola stazione tra Baku e Derbent. Il treno vi stazionava per lasciar passare i treni dei 'compagni', che ritornavano dal fronte del Caucaso. Faceva molto caldo. Lontano scintillava il mar Caspio e attorno a noi la sabbia luccicava. La sagoma di due cammelli si stagliava all'orizzonte.
Cercai di portare G. a parlare dell'avvenire immediato del nostro lavoro. Volevo comprendere che cosa avrebbe fatto lui e cosa si attendeva da noi.
Gli avvenimenti sono contro di noi, dissi, ed  divenuto assai chiaro che  impossibile fare qualsiasi cosa in questo turbine di follia collettiva.
Al contrario, rispose G., tutto diventa possibile. Gli avvenimenti non sono affatto contro di noi, succedono soltanto troppo in fretta. Ecco il male. Aspettate per cinque anni e vedrete che gli ostacoli d'oggi ci saranno stati utili.
Non comprendevo cosa G. intendesse dire. N dopo cinque anni, n dopo quindici questo mi divenne pi chiaro. Guardando le cose dal punto di vista dei 'fatti', era difficile immaginare come avremmo potuto essere aiutati da avvenimenti quali guerre civili, stragi, epidemie, carestie, l'intera Russia in procinto di diventare selvaggia, la menzogna senza fine della politica europea e la crisi generale che, senza alcun dubbio, era il risultato di questa menzogna.
Se invece di guardare tutto questo dal punto di vista dei 'fatti', lo si guardava dal punto di vista dei principi esoterici, ci che G. voleva dire diventava pi comprensibile.
Perch queste idee non erano apparse prima? Perch non le avevamo avute quando la Russia esisteva ancora e l'Europa era per noi 'lestero' confortevole e allettante? Qui si trovava senza dubbio la chiave della enigmatica osservazione di G. Perch queste idee non erano venute? Probabilmente proprio perch non possono venire che al momento stesso in cui l'attenzione della maggioranza si sposta tutta intera in un'altra direzione, e quando queste idee possono raggiungere soltanto coloro che le cercano. Avevo ragione dal punto di vista dei 'fatti'. Nulla avrebbe potuto ostacolarci di pi degli 'avvenimenti'. Al tempo stesso  probabile che fossero proprio questi avvenimenti a permetterci di ricevere quanto ci venne dato.
Il ricordo di un'altra conversazione mi  rimasto nella memoria. Ancora una volta il nostro treno si attardava in una stazione e i nostri compagni di viaggio facevano quattro passi sulle banchine. Feci a G. una domanda alla quale non ero in grado di trovare risposta, a proposito della divisione di se stessi in 'Io' e in 'Ouspensky'. Come si pu rafforzare il sentimento dell' 'Io' e l'attivit dell' 'Io'?
Voi non potete far nulla di speciale per questo, disse G. Ci verr come risultato di tutti i vostri sforzi (sottoline la parola 'tutti'). Prendiamo ad esempio voi. Adesso dovreste sentire il vostro 'Io' in modo diverso. Notate una differenza o no?.
Cercai di avere la 'sensazione di me' come G. ce l'aveva insegnato, ma debbo dire che non constatai alcuna differenza con ci che sentivo un momento prima.
Verr, disse G., e quando verr, voi lo saprete. Nessun dubbio  possibile a questo riguardo.  una sensazione completamente nuova.
Pi tardi compresi ci che voleva dire, di che tipo di sensazione e di quale cambiamento parlasse. Ma cominciai a sentirlo soltanto due anni dopo la nostra conversazione.
Tre giorni dopo la nostra partenza da Tiflis, durante una fermata del treno a Mozdok, G. mi disse che sarei dovuto tornare da solo a Pietroburgo, mentre lui e i nostri altri tre compagni si sarebbero fermati a Mineralni Vodi, e quindi sarebbero andati a Kislovodsk.
Voi andrete a Mosca, poi a Pietroburgo, direte ai nostri gruppi di laggi che io incomincio un nuovo lavoro qui. Coloro che desiderano lavorare con me possono venire. Vi consiglio di non attardarvi troppo.
Diedi il mio addio a G. ed ai suoi compagni a Mineralni Vodi e proseguii dei solo il viaggio.
Era chiaro che non rimaneva nulla dei miei progetti di partenza per lestero. Questo tuttavia non mi preoccupava pi. Non dubitavo che avremmo passato un periodo assai difficile, ma anche di questo non mi importava molto. Capivo cosa mi aveva fatto paura. Non si trattava di pericoli reali, avevo paura di agire stupidamente, cio di non partire in tempo pur sapendo perfettamente ci che mi aspettava. Ora, ogni responsabilit verso me stesso sembrava essermi stata tolta. Non avevo cambiato opinione; potevo dire, come prima, che restare in Russia era da pazzi. Ma la mia attitudine era completamente diversa: non dovevo pi decidere.
Viaggiavo, come un tempo, solo, in prima classe e vicino a Mosca mi fecero pagare un supplemento, perch il mio biglietto e la mia prenotazione portavano indicazioni differenti. In altre parole, era ancora come nel buon tempo antico. I giornali che acquistai per la strada erano tuttavia pieni di notizie sulle sparatorie nelle vie di Pietroburgo. Ora erano i bolscevichi che sparavano sulla folla; provavano la loro forza.
La situazione in quel momento cominciava a definirsi. Da una parte si trovavano i bolscevichi, che non immaginavano ancora il successo incredibile che li attendeva; ma incominciavano gi a sentire l'assenza di ogni resistenza, e a comportarsi sempre pi insolentemente. Dall'altra vi era il 'secondo governo provvisorio con molta gente seria che si rendeva conto della situazione ai posti subalterni, mentre i primi posti erano occupati da teorici e da chiacchieroni insignificanti; poi vi era l'intellighenzia che era stata decimata dalla guerra; infine, ci che restava dei vecchi partiti e i circoli militari. Tutti questi elementi presi insieme si dividevano a loro volta in due gruppi: l'uno che, malgrado tutti i fatti e il buon senso comune, accettava la possibilit di un compromesso di pace con i bolscevichi, i quali, molto intelligentemente, ne approfittavano pur occupando, una dopo l'altra, tutte le posizioni; e l'altro che, pur vedendo l'impossibilit di qualsiasi negoziato coi bolscevichi, era al tempo stesso incapace di intervenire apertamente.
Il popolo taceva, bench forse mai nella storia la volont del popolo sia stata cos chiaramente espressa: questa volont era di finire la guerra!
Ma chi poteva far finire la guerra? Questa era la questione capitale.
Il governo provvisorio non ne aveva il coraggio. E la decisione, ben inteso, non poteva venire dai circoli militari. Tuttavia il potere doveva per forza passare a coloro che sarebbero stati i primi a pronunciare la parola pace. Come capita sovente in questi casi, la parola giusta venne dalla parte sbagliata. I bolscevichi pronunciarono la parola pace. Innanzi tutto perch tutto quello che dicevano non aveva per loro stessi alcuna importanza. Essi non avevano la minima intenzione di mantenere le loro promesse, potevano dunque dire tutto quel che volevano. Era il loro principale vantaggio e la loro pi grande forza.
Oltre a questo, c'era dell'altro. La costruzione  sempre pi difficile della distruzione.  tanto pi facile bruciare una casa che costruirla.
I bolscevichi erano gli agenti della distruzione. N allora n in seguito essi potevano o possono esser altro, malgrado tutte le loro vanterie e l'appoggio di tutti i loro amici dichiarati o nascosti. Ma essi potevano e possono benissimo distruggere, non tanto per la loro attivit, quanto per la loro stessa esistenza che corrompe e disintegra tutto attorno a s. Questa speciale qualit, che  loro propria, spiegava il loro successo crescente e tutto ci che doveva accadere molto pi tardi.
Noi che consideravamo le cose dal punto di vista dell'insegnamento, potevamo vedere non soltanto il fatto che ogni cosa capita, ma anche come capita, cio come facilmente ogni cosa, dopo aver ricevuto il minimo impulso, discende la china e se ne va in pezzi.
Non rimasi a Mosca, ma cercai di vedere qualche persona aspettando il treno della sera per Pietroburgo e trasmisi loro ci che G. aveva detto.
Poi andai a Pietroburgo e comunicai lo stesso messaggio ai membri del nostro gruppo.
Dodici giorni dopo ero di ritorno al Caucaso. Seppi che G. non viveva a Kislovodsk, ma a Essentuki, e due ore pi tardi lo raggiunsi in una piccola casa di campagna.
G. mi interrog lungamente su tutte le persone che avevo visto, su ci che ognuno aveva detto, su quelli che si preparavano a raggiungerlo e quelli che non sarebbero venuti, ecc. Il giorno seguente ne giunsero tre da Pietroburgo, poi altri due e cos via. In tutto, si riunirono attorno a G. una dozzina di persone.
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CAPITOLO DICIASSETTESIMO.
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Provo sempre uno strano sentimento quando rievoco questo primo soggiorno a Essentuki. Vi trascorremmo in tutto sei settimane; ma questo ora mi pare assolutamente incredibile e ogni volta che mi capita di parlarne con qualcuno che si trovava l a quel tempo, anche lui riesce a mala pena a capacitarsi che tutto non sia durato che sei settimane. Neanche sei anni sarebbero sufficienti a fare posto per tutto ci che si ricollega a quel periodo, tanto esso fu pieno.
G. si era stabilito in una casetta un po' fuori del villaggio, e una met del nostro gruppo, tra cui c'ero anch'io, viveva con lui; gli altri arrivavano nella mattinata e si fermavano fino a notte inoltrata. Andavamo a dormire molto tardi e ci alzavamo prestissimo. Dormivamo quattro ore, o al massimo cinque. Facevamo tutti i lavori di casa, e il resto del tempo era occupato da esercizi di cui parler pi avanti. A diverse riprese, G. organizz delle escursioni a Kislovodsk, Jeleznovodsk, Pyatigorsk, Beshtau, ecc. 
G. si occupava personalmente della cucina e sovente preparava lui stesso i pasti. Si rivel cuoco eccellente: conosceva centinaia di ricette orientali, e ogni giorno ci dava modo di gustare specialit persiane, tibetane, ed altri piatti.
Non sto a descrivere tutto ci che avvenne ad Essentuki; per farlo, non basterebbe un intero libro. G. si imponeva un ritmo intenso, senza perdere un solo istante. Ci forn innumerevoli spiegazioni, nel corso delle nostre passeggiate nel parco municipale, mentre la banda suonava, o durante i nostri lavori di casa.
In quel breve periodo di tempo, G. svilupp per noi il piano dell'intero lavoro. Ci indic le origini di tutti i metodi, di tutte le idee, le loro  derivazioni, le relazioni reciproche e la loro direzione. Molte cose restavano oscure per noi, molte altre erano afferrate non nel loro vero senso, ma addirittura nel senso opposto; comunque, ricevemmo delle direttive generali che ritenevo ci avrebbero potuto guidare in seguito.
Tutte le idee che venimmo a conoscere a quel tempo ci misero di fronte a parecchie questioni riguardanti la realizzazione pratica del lavoro su di s, e naturalmente queste provocavano fra noi molte discussioni.
G. vi prendeva sempre parte e ci spiegava allora i diversi aspetti dell'organizzazione delle scuole.
Le scuole si impongono, disse egli un giorno, anzitutto a causa della complessit della struttura umana. Da solo l'uomo  incapace di mantenere il controllo di tutto s stesso, cio sulle sue differenti parti; solo le scuole offrono questa possibilit, e cos i metodi di scuola ed una disciplina di scuola.
L'uomo  veramente troppo pigro. Far quasi tutto senza l'intensit necessaria, o non far nulla, immaginando di far qualcosa; lavorer con intensit a qualche cosa che non ne richiede, e lascer passare i momenti in cui l'intensit si impone. Proprio in quei momenti si risparmia, teme di fare qualche cosa di poco piacevole. Mai da solo riuscir a raggiungere l'intensit voluta. Se vi siete osservati nel modo giusto, sarete d'accordo sul quel che sto dicendo.
Se un uomo si impone un compito qualsiasi, molto presto comincia ad essere indulgente verso se stesso. Egli cerca di portare a termine il suo compito con i minori sforzi possibili: questo non  lavoro. Nel lavoro, contano solo i super-sforzi, al di l del normale, al di l del necessario. Gli sforzi ordinari non contano.
Che cosa intendete per super-sforzo? domand qualcuno di noi.
Significa uno sforzo al di l di quello necessario per raggiungere uno scopo determinato. Immaginate che io abbia camminato per tutta la giornata e che sia molto stanco. Il tempo  cattivo, piove e fa freddo. A sera, arrivo a casa. Ho fatto forse pi di quaranta chilometri. A casa la cena  pronta; fa caldo e l'atmosfera  piacevole. Ma invece di mettermi a tavola esco di nuovo sotto la pioggia e decido di non rientrare prima di aver fatto ancora 4 o 5 chilometri. Ecco ci che si pu chiamare un super-sforzo. Fino a quando mi affrettavo verso casa, era semplicemente uno sforzo: questo non conta. Io rincasavo; il freddo, la fame, la pioggia, tutto questo portava i miei passi. Nel secondo caso, cammino perch l'ho deciso io stesso. Ma questo tipo di super-sforzo diventa ancora pi difficile allorquando non sono io a deciderlo, ma obbedisco a un maestro, che al momento in cui meno me lo aspetto  
esige da me nuovi sforzi, quando ritenevo di averne gi fatti abbastanza per quel giorno.
Un'altra forma di super-sforzo consiste nell'effettuare un lavoro di qualsiasi genere pi rapidamente di quanto la sua natura richieda. Supponiamo che stiate facendo qualche cosa, che stiate facendo il bucato, o tagliando della legna. Ne avete per un'ora; fatelo in mezz'ora: questo sar un super-sforzo.
Ma in pratica, un uomo non pu mai imporre a s stesso dei super-sforzi consecutivi o di lunga durata; ci esige la volont di un'altra persona che non abbia alcuna piet e che possieda un metodo. Se l'uomo fosse capace di lavorare su s stesso, tutto sarebbe molto pi semplice e le scuole sarebbero inutili. Ma non lo pu, e occorre ricercarne le ragioni, nella profondit stessa della sua natura. Lasceremo in disparte per ora la sua mancanza di sincerit verso s stesso, l'incessante mentire a s stesso e cos via; parler solo dei centri e della loro divergenza, che  quanto basta a rendere impossibile all'uomo un lavoro su di s indipendente.
Dovreste comprendere che i tre principali centri, intellettuale, emozionale e motore, sono interdipendenti, e che in un uomo normale lavorano sempre simultaneamente. Ecco da che cosa  costituita la maggior difficolt del lavoro su di s. Che cosa significa una tale simultaneit? Significa che un certo lavoro del centro intellettuale  legato a un altro lavoro dei centri emozionale e motore, ossia un certo tipo di pensiero  inevitabilmente legato ad un particolare tipo di emozione (o stato d'animo) ed a un certo tipo di movimento (o di posizione), e che l'uno fa scattare l'altro; in altre parole, significa che un certo tipo di emozione (o di stato d'animo) fa scattare dei movimenti o attitudini e pensieri determinati, come un certo tipo di movimenti o di posizioni fa sorgere certe emozioni, o stati d'animo, ecc. ecc. Tutte queste cose sono collegate e non ve ne  alcuna che possa esistere senza un'altra.
Immaginate ora che un uomo decida di pensare in modo nuovo. Non potr impedirsi di continuare a sentirsi nel vecchio modo. Supponete che provi dell'antipatia per R. (indic uno di noi). Questa antipatia per R. fa subito sorgere vecchi pensieri, ed egli dimentica la sua decisione di pensare in modo nuovo. Oppure, immaginate che abbia l'abitudine di fumare una sigaretta ogni volta che vuole pensare. Si tratta in questo caso di un'abitudine motrice.
Decide di pensare in modo nuovo e comincia a fumare una sigaretta, ricadendo subito nel suo abituale modo di pensare senza neppure rendersene conto. Il gesto abituale di accendere una sigaretta ha gi riportato i suoi pensieri alla loro antica tonalit.
Dovete ricordare che un uomo non pu mai da solo distruggere legami simili.  necessaria la volont di un altro,  necessario il bastone.
Tutto quanto pu fare un uomo che desidera lavorare su s stesso quando giunge ad un certo livello, consiste nell'obbedire. Da solo non pu far niente.
Pi di tutto ha bisogno di essere costantemente osservato e controllato.
Non pu osservarsi da solo costantemente. Ha bisogno di regole severe la cui osservanza richiede un nuovo particolare genere di ricordo di s e che in seguito lo aiuteranno nella lotta contro le abitudini. L'uomo non pu imporsele da solo. Nella vita, tutto si accomoda sempre in un modo veramente troppo comodo per permettere all'uomo di lavorare.
In una scuola, l'uomo si trova in mezzo ad altre persone, che egli non ha scelto e con le quali talvolta  molto difficile vivere e lavorare, comunque per lo pi in condizioni di disagio e insolite, il che crea una tensione tra lui e gli altri. Questa tensione  anch'essa indispensabile, perch smussa a poco a poco le asperit.
Quindi il lavoro sul centro motore non pu essere organizzato in modo conveniente altro che in una scuola. Come ho gi detto, il lavoro scorretto, isolato o automatico del centro motore priva gli altri centri di un appoggio, e allora, involontariamente, questi lo seguono. Spesso perci la sola possibilit di far lavorare gli altri centri in modo nuovo  quella di incominciare con il centro motore, ossia con il corpo. Un corpo pigro, automatico, pieno di stupide abitudini, arresta ogni specie di lavoro.
Alcune teorie, disse uno di noi, affermano tuttavia che si deve sviluppare il lato morale e spirituale della propria natura e che, se si ottengono dei risultati in questa direzione, non vi saranno ostacoli da parte del corpo.  mai possibile questo?
S e no nello stesso tempo, disse G. Tutto sta nel 'se'. Se un uomo raggiunge la perfezione della natura morale e spirituale senza impedimenti da parte del corpo, il corpo non si opporr alle ulteriori realizzazioni. Ma sfortunatamente questo non accade mai, perch il corpo interviene fin dai primi passi, col suo automatismo, col suo attaccamento alle proprie abitudini e soprattutto con il suo cattivo funzionamento. Lo sviluppo della natura morale e spirituale senza opposizioni da parte del corpo  teoricamente possibile, ma nel solo caso di un funzionamento ideale del corpo. Ma chi  in grado di dire che il suo corpo funziona in modo perfetto?
Inoltre, ci si inganna sul significato delle parole 'morale' e 'spirituale'. Molto sovente ho spiegato in passato che lo studio delle macchine, non pu cominciare dalla loro 'moralit', o 'spiritualit' ma deve cominciare dalla loro meccanicit e dalle leggi che governano questa meccanicit. L'essere degli uomini n. 1, n. 2, n. 3  l'essere di macchine che hanno la possibilit di cessare di essere macchine, ma che non hanno ancora cessato di esserlo.
Ma non  possibile per l'uomo venire immediatamente trasferito a un altro livello di essere da un'onda di emozione? domand qualcuno.
Non so, disse G., di nuovo parliamo linguaggi differenti. Un'onda di emozione  indispensabile, ma non pu cambiare le abitudini motrici; da sola non pu far lavorare correttamente dei centri che durante tutta la loro vita hanno funzionato malamente. Cambiare, riparare tutto questo esige un lavoro speciale, ben definito e perseverante. E voi mi parlate di trasferire l'uomo ad un altro livello d'essere. Ma da questo punto di vista l'uomo non esiste per me: non  che un meccanismo complesso composto da diverse parti altrettanto complesse. Una 'ondata di emozione' s'impossessa di una di queste parti, ma le altre possono non essere toccate per niente. Nessun miracolo  possibile per una macchina;  gi abbastanza miracoloso che una macchina sia in grado di cambiare, e voi vorreste anche che fossero violate tutte le leggi.
Cosa dire del buon ladrone sulla croce? domand un altro. Vi  qualcosa di valido o no?
Questo  tutt'altra cosa, rispose G. Illustra un'idea completamente diversa. Innanzi tutto il fatto ebbe luogo sulla croce, cio tra terribili sofferenze quali non esistono nella vita ordinaria, in secondo luogo avveniva in punto di morte. Questo si riferisce all'idea delle ultime emozioni e degli ultimi pensieri dell'uomo in punto di morte. Nella vita, tali pensieri sono fuggitivi e lasciano il posto ai pensieri abituali. Nessuna ondata di emozione pu durare nella vita, nessuna quindi pu provocare il pi piccolo cambiamento di essere.
Inoltre bisogna capire che qui non parliamo di eccezioni n di casi accidentali che possono capitare o non capitare, ma di principi generali, di ci che succede ogni giorno ad ognuno. L'uomo ordinario, anche se giunge alla conclusione che il lavoro su di s  indispensabile,  schiavo del proprio corpo. Non  soltanto schiavo dell'attivit visibile e riconosciuta nel suo corpo, ma delle attivit invisibili e non riconosciute di esso. Pi particolarmente sono queste ultime che lo tengono in loro potere. Di conseguenza, quando l'uomo decide di lottare per liberarsi,  prima di tutto il suo corpo che egli deve combattere.
Vi parler ora di un certo difetto di funzionamento del corpo che in ogni caso  indispensabile correggere. Finch persiste, nessun lavoro, sia morale che spirituale pu essere compiuto in maniera corretta.
Vi ricorderete che quando abbiamo parlato del lavoro di 'una fabbrica a tre piani' vi ho spiegato che la maggior parte della energia elaborata dall'officina  consumata in pura perdita e specialmente in tensione muscolare. Questa tensione muscolare inutile assorbe una quantit enorme di energia. Nel lavoro su di s l'attenzione deve anzi tutto essere rivolta a questo.
A proposito del lavoro dell'officina in generale,  indispensabile stabilire che l'aumento della produzione non pu avere alcun senso, finch un tale spreco non  stato arrestato. Se la produzione  accresciuta, mentre lo spreco rimane senza freno e nulla viene fatto per mettervi fine, la nuova energia prodotta aumenter unicamente questo inutile spreco e potr persino far sorgere dei fenomeni malsani. L'uomo deve dunque prima di iniziare qualsiasi lavoro fisico su s stesso, imparare a osservare e a sentire la propria tensione muscolare: deve essere capace di rilassare i muscoli quando  necessario, cio far cadere la 
tensione inutile dei muscoli.
G. ci insegn un gran numero di esercizi relativi al controllo delle tensioni muscolari come pure certe posizioni adottate nelle scuole, per la preghiera e la contemplazione, che un uomo non pu prendere se non sa come ridurre la tensione inutile dei suoi muscoli. Tra queste si trovava la postura detta di Budda, con i piedi posati sulle ginocchia e un'altra pi difficile ancora, di cui dava una dimostrazione perfetta, e che noi non eravamo capaci di imitare che in modo molto approssimativo.
Per prendere quest'ultima posa G. si inginocchiava poi si sedeva (senza scarpe) sui talloni, coi piedi stretti l'uno contro l'altro (era gi molto difficile star seduti cos sui talloni per pi di un minuto o due). Dopo di che alzava le braccia e tenendole al livello delle spalle si piegava lentamente all'indietro fino al suolo e si distendeva, sempre con le gambe premute sotto di s. Rimasto disteso in questa posizione per un certo tempo, si rialzava con la stessa lentezza, colle braccia tese, poi s'allungava di nuovo e cos via.
Ci insegn il rilassamento graduale dei muscoli, cominciando sempre dai muscoli della faccia, e ci diede diversi esercizi al fine di 'sentire' a volont le mani, i piedi, le dita, ecc... Lidea della necessit di un rilassamento muscolare non era per niente un'idea nuova, ma la spiegazione di G., secondo la quale il rilassamento dei muscoli del corpo doveva incominciare da quelli del viso, era per me completamente nuova; non avevo mai incontrato niente di simile nei manuali di 'yoga' n in libri di fisiologia. 
Uno degli esercizi pi interessanti era quello della 'sensazione circolare', come lo chiamava G. Un uomo si stende sul dorso. Dopo aver rilassato tutti i muscoli, cerca, concentrando l'attenzione, di avere la sensazione del naso. Quando l'ha ottenuta sposta l'attenzione sull'orecchio destro, quando l'ha 'sentito' sposta l'attenzione sul piede destro, dal piede destro sul sinistro poi sulla mano sinistra, sull'orecchio sinistro, poi di nuovo sul naso e cos di seguito.
Tutto ci mi interessava particolarmente, perch certe esperienze mi avevano gi portato alla conclusione che gli stati fisici, che sono connessi a nuove impressioni psichiche, cominciano con la sensazione del polso in tutto il corpo, cosa che non sentiamo mai nelle condizioni ordinarie; in tal caso il polso  immediatamente sentito in tutte le parti del corpo, come un solo battito. Nelle mie esperienze personali, ottenevo questa 'sensazione', di una sola pulsazione attraverso tutto il corpo, ad esempio in conseguenza di certi esercizi di respirazione combinati con parecchi giorni di digiuno. Queste esperienze non mi portavano ad alcun altro preciso risultato, ma mi restava la profonda convinzione che il controllo sul corpo comincia col controllo sul polso.
Acquisendo per un breve tempo la possibilit di regolare, accelerare o rallentare il polso, ero capace di accelerare o rallentare i battiti del cuore, la qual cosa a sua volta, mi dava degli interessanti risultati psicologici. In modo generale, constatai che il controllo sul cuore non poteva venire dai muscoli del cuore stesso, ma che dipendeva dal controllo del polso corrispondente alla 'grande circolazione' e G. me l'aveva ben fatto comprendere precisando che il controllo sul 'cuore sinistro' dipende dal controllo della tensione dei muscoli; ora, se noi non possediamo questo controllo,  innanzi tutto a causa della cattiva ed irregolare tensione dei diversi gruppi di muscoli.
Avevamo cominciato a praticare gli esercizi di rilassamento muscolare che ci portavano a risultati molto interessanti. Cos uno di noi si trov all'improvviso in grado di far cessare una dolorosa nevralgia del suo braccio. D'altronde il rilassamento muscolare aveva un grande effetto sul sonno vero e proprio e chiunque facesse seriamente questi esercizi, presto notava che riposava molto meglio, pur avendo bisogno di meno ore di sonno.
G. ci mostr pure un esercizio completamente nuovo per noi, senza il quale, secondo lui, era impossibile divenire padroni della natura motrice. Era quello che chiamava esercizio dello 'stop'.
Ogni razza, disse, ogni epoca, ogni nazione, ogni paese, ogni classe, ogni professione possiede un numero definito di pose e movimenti che gli sono propri. I movimenti e le pose, o attitudini, essendo ci che vi  di pi permanente, di pi immutabile nell'uomo, controllano la sua forma di pensiero, come la sua forma di sentimento, ma l'uomo non fa uso nemmeno di tutte le pose e di tutti i movimenti che gli sono possibili. Ognuno ne adotta un certo numero, in conformit alla propria individualit. In tal modo il repertorio di pose e di movimenti di ciascun individuo risulta molto limitato.
Il carattere dei movimenti e delle attitudini di ogni epoca, di ogni razza e di ogni classe,  indissolubilmente legato a determinate forme di pensiero e di sentimento. L'uomo  incapace di cambiare la forma dei suoi pensieri e dei suoi sentimenti fino a quando non ha cambiato il suo repertorio di pose e di movimenti. Le forme di pensiero e di sentimento possono essere definite pose e movimenti del pensiero e del sentimento, e ognuno ne ha un numero limitato. Tutte le pose motrici intellettuali ed emozionali sono collegate fra di loro.
Un'analisi dei nostri pensieri e sentimenti, coordinata con uno studio delle nostre funzioni motrici mostrano che ciascuno dei nostri movimenti, volontari o involontari,  un passaggio inconscio da una posa ad un'altra, entrambe altrettanto meccaniche.
E' un'illusione credere che i nostri movimenti siano volontari. Tutti i nostri movimenti sono automatici e altrettanto lo sono i nostri pensieri e i nostri sentimenti. L'automatismo dei nostri pensieri e dei nostri sentimenti corrisponde esattamente all'automatismo dei nostri movimenti; l'uno non pu essere cambiato senza l'altro, di modo che se l'attenzione dell'uomo si concentra per esempio sulla trasformazione dei suoi pensieri automatici, i movimenti e le attitudini abituali interverranno tosto nel nuovo corso del pensiero, imponendogli le vecchie associazioni abitudinarie.
Nelle circostanze ordinarie, noi non possiamo neppure immaginare quanto le nostre funzioni intellettuali, emozionali, e motrici dipendano le une dalle altre; e tuttavia, non ignoriamo come i nostri umori e i nostri stati emozionali possano dipendere dai nostri movimenti e dalle nostre pose. Se un uomo prende una posa che corrisponde in lui a un sentimento di tristezza e di scoraggiamento, allora egli pu essere sicuro di sentirsi molto presto triste e scoraggiato. Un cambiamento intenzionale di posa pu provocare in lui la paura, il disgusto, la nervosit, o al contrario la calma. Ma come tutte le funzioni umane, intellettuali emozionali e motrici hanno il loro proprio repertorio ben definito, e poich esse reagiscono costantemente le une sulle altre, l'uomo non pu mai uscire dal cerchio magico delle proprie pose.
Anche se un uomo riconosce questi legami e decide di lottare per liberarsene, la sua volont non  sufficiente. Dovete comprendere che un tal uomo ha appena quel tanto di volont che basta a governare un solo centro per un breve istante. Ma i due altri centri vi si oppongono. La volont di un uomo non  mai sufficiente per governare tre centri contemporaneamente.
Nell'intenzione di opporsi a questo automatismo e di acquistare un controllo sulle pose e suoi movimenti dei vari centri, esiste un esercizio speciale. Esso consiste in questo: ad una parola o un cenno del maestro, precedentemente convenuto, tutti gli allievi che lo odono o che lo vedono devono all'istante stesso sospendere i loro gesti, qualunque essi siano, immobilizzandosi sul posto nella posizione stessa in cui il segnale li ha sorpresi. Inoltre, essi devono non soltanto cessare di muoversi, ma anche tenere gli occhi fissi sul punto stesso che stavano guardando al momento del segnale, tenere la bocca aperta se stavano parlando, conservare l'espressione della loro fisionomia e, se sorridevano, mantenere questo loro sorriso sul volto. In questo stato di stop', ciascuno deve anche sospendere il flusso dei propri pensieri e concentrare tutta l'attenzione, mantenendo la tensione di muscoli, nelle differenti parti del corpo, al livello stesso ove essa si trovava e controllarla tutto il tempo, riportando per cos dire la propria attenzione da una parte del corpo 
a un'altra. E deve rimanere in questo stato e in questa posizione fino a quando un altro segnale convenuto gli permetta di riprendere un atteggiamento normale, o fino a quando sia talmente stanco da essere incapace di conservare pi a lungo l'attitudine originaria.
Non si ha alcun diritto di cambiare qualche cosa, n il proprio sguardo, n il proprio punto di appoggio, niente. Se uno non pu resistere, cada pure.
Occorre persino che cada come un sacco, senza tentare di proteggersi dall'urto. Allo stesso modo, se teneva qualche oggetto in mano deve mantenerlo il pi a lungo possibile; se le sue mani si rifiutano di obbedirgli, se l'oggetto gli sfugge, ci non  considerato come una mancanza.
Tocca al maestro vegliare affinch nessun incidente accada in conseguenza di cadute o di posizioni insolite, e a questo riguardo gli allievi devono avere piena fiducia nel loro maestro e non temere alcun danno.
Questo esercizio e i suoi risultati possono essere considerati in differenti maniere. Prendiamo per prima cosa questo esercizio dal punto di vista dello studio dei movimenti e delle pose. Esso da all'uomo la possibilit di uscire dal cerchio del suo automatismo, n si pu farne a meno, specie all'inizio del lavoro. 
Uno studio di s non meccanico non  possibile che con l'aiuto dello 'stop', sotto la direzione di un uomo che lo comprenda.
Cerchiamo di seguire ci che avviene. Un uomo sta per sedersi, o sta per camminare, o lavorare. Di colpo, egli sente il segnale e immediatamente il movimento iniziato viene interrotto da questo 'stop'. Il suo corpo si immobilizza, si blocca in pieno passaggio da una posa all'altra, in una posizione sulla quale egli non si arresta mai nella vita ordinaria. Sentendosi in questo stato, in questa posa insolita, l'uomo senza volerlo guarda s stesso sotto angoli nuovi, si osserva in un modo nuovo,  in grado di pensare, di sentire in modo nuovo, di conoscere s stesso in modo nuovo. Cos, il cerchio del vecchio automatismo  infranto. Il corpo si sforza invano di riprendere una posizione confortevole cui  abituato; la volont dell'uomo, messa in gioco dalla volont del maestro, vi si oppone. La lotta prosegue, sino a morirne. Ma in questo caso, la volont pu vincere. Se s tiene conto di tutto ci che  stato detto precedentemente, questo esercizio  un esercizio di ricordo di s. Per non mancare il segnale, l'allievo deve ricordarsi di s stesso; deve ricordarsi di s stesso per non prendere fin dai primi istanti la posizione pi confortevole; deve ricordarsi di s con lo scopo di sorvegliare l'attenzione dei muscoli nelle differenti parti del corpo, la direzione del suo sguardo, l'espressione del suo viso, e cos via; deve ricordarsi di s per superare il dolore talvolta violento che risulta dalla posizione insolita delle sue gambe, delle sue braccia, del suo dorso, oppure per non aver paura di cadere, o di lasciar cadere qualcosa di pesante sui suoi piedi.
E' sufficiente dimenticarsi di s stesso per un istante, perch il corpo prenda da solo e quasi impercettibilmente una posizione comoda, spostando il suo peso da un piede all'altro, rilassando certi muscoli e cos via. Si tratta di un esercizio simultaneo per la volont, per l'attenzione, per il pensiero, per il sentimento e per il centro motore.
Bisogna comprendere che per mobilitare una forza di volont sufficiente a mantenere un uomo in una posa insolita, un ordine o un comando dal di fuori: stop,  indispensabile. L'uomo non pu darsi da solo l'ordine dello stop. La sua volont se ne sottrarrebbe. La ragione di questo , come ho gi detto, che la combinazione delle pose abituali: intellettuali, emozionali e motrici,  pi forte della volont dell'uomo.
L'ordine di 'stop', applicato alle attitudini motrici e proveniente dall'esterno, prende il posto delle pose di pensiero e di sentimento. Queste pose e i loro effetti sono per cos dire aboliti dall'ordine di stop. E in questo caso, le attitudini motrici obbediscono alla volont.
Poco dopo, G. cominci a mettere in pratica lo 'stop', come noi chiamavamo questo esercizio, nelle pi svariate circostanze.
Per prima cosa G. ci insegn come 'restare bloccati sul posto' istantaneamente, al comando di 'stop', come cercare di non pi muoversi e di non guardare pi di fianco, qualsiasi cosa accada, e di non pi rispondere a chiunque rivolga la parola, anche fosse per porvi una domanda o persino per accusarvi ingiustamente di qualche cosa. 
L'esercizio dello 'stop'  considerato sacro nelle scuole, egli disse. Nessuno che non sia il maestro o un incaricato da lui, ha il diritto di dare l'ordine dello 'stop?. Lo 'stop' non potrebbe servire n da gioco n da esercizio tra gli allievi. Voi non siete mai in grado di conoscere la posizione in cui si trova un uomo. Se non potete sentire al suo posto, non potete sapere quali sono i muscoli che sono tesi e nemmeno sino a qual punto. Talvolta se qualche tensione difficile dovesse essere mantenuta, essa potrebbe causare la rottura di un vaso sanguigno e in certi casi provocare la morte immediata. In conseguenza, soltanto chi sia assolutamente certo di sapere quello che fa, pu permettersi di dare l'ordine di 'stop'.
Al tempo stesso, lo 'stop' esige un'obbedienza incondizionata, senza la minima esitazione n il minimo dubbio. Questo ne fa un metodo invariabile per studiare la disciplina di scuola. Questa  qualcosa del tutto differente, ad esempio, dalla disciplina militare. In questultima tutto  meccanico, e pi lo , meglio funziona. Nella disciplina di scuola, al contrario, tutto deve essere cosciente, perch lo scopo consiste nel risveglio della coscienza. Per molta gente, la disciplina di scuola  ben pi difficile da seguire che la disciplina militare. In questa, tutto  sempre uguale, nell'altra tutto  sempre differente.
Si presentano tuttavia casi molto difficili. Ve ne racconto uno che ho vissuto personalmente. Fu nell'Asia Centrale, molti anni fa. Avevamo piazzato la nostra tenda lungo la riva di un arik, un canale di irrigazione. Tre di noi stavano trasportando dei carichi da una riva dell'arik all'altra, sulla quale si trovava la nostra tenda. Nel canale, l'acqua ci giungeva alla cintola. Uno dei miei compagni ed io avevamo appena finito di arrampicarci sulla ripa con il nostro carico e stavamo per rivestirci. Il terzo era ancora nell'arik. Aveva lasciato cadere qualcosa nell'acqua  venimmo a sapere pi tardi che si trattava di una scure  e stava sondando il fondo con un lungo bastone. In quel momento, udimmo, proveniente dalla tenda, una voce che comandava: 'stop'!
Tutti e due, restammo immobili sulla ripa come ci trovavamo.
Il nostro compagno si trovava giusto nel nostro campo visivo. Si teneva inclinato sull'acqua e come ud lo 'stop', rimase in quella posizione. Passarono uno o due minuti, e subito vedemmo che l'acqua del canale saliva; senza dubbio qualcuno aveva aperto una chiusa a due chilometri a monte. L'acqua sal molto rapidamente e raggiunse ben presto il suo mento. Noi ignoravamo se l'uomo della tenda sapesse che l'acqua saliva.
Non potevamo chiamarlo, ancor meno girare la testa per vedere dove si trovava, neppure guardarci l'un l'altro. Potevo solamente udire il mio amico ansimare presso di me. L'acqua saliva rapidamente e ben presto la testa dell'uomo disparve completamente. Emergeva solo una mano, quella che si appoggiava sul bastone; soltanto essa rimase visibile. Il tempo che trascorse mi parve interminabile. Alla fine udimmo: 'Basta' ! Ci precipitammo e tirammo il nostro amico fuori dall'acqua. Era quasi asfissiato.
A nostra volta non tardammo a convincerci che l'esercizio di 'stop' non era uno scherzo. In primo luogo esigeva che ci tenessimo costantemente all'erta, costantemente pronti a interrompere quello che facevamo o dicevamo; in seguito, richiedeva talvolta una resistenza e una tenacia di qualit tutta particolare. 
Lo 'stop' ci sorprendeva in qualsiasi momento della giornata. Un pomeriggio, all'ora del t, P., che stava seduto in faccia a me, si era appena versato un bicchiere di te bollente e vi soffiava sopra prima di portarlo alle labbra. In quel momento, dalla stanza accanto, giunse uno 'stop'. Il viso di P. e la mano che teneva il bicchiere si trovavano proprio sotto il mio sguardo. Lo vidi diventare paonazzo e notai il piccolo muscolo della sua palpebra che trasaliva. Teneva tuttavia fermo il suo bicchiere, come se vi si fosse aggrappato. Mi spieg in seguito che le sue dita gli avevano fatto male solo durante il primo minuto, dopo di che il pi difficile era stato tener fermo il braccio, che si era piegato malamente, bloccato a mezzo del proprio percorso. Aveva per delle grosse vesciche sulle dita e ne soffr a lungo.
Un'altra volta uno 'stop' sorprese Z. quando aveva appena aspirato una boccata di fumo dalla sua sigaretta. Ci confess pi tardi che non aveva mai provato niente di cos sgradevole in vita sua. Non poteva espirare il fumo e rimase cos, con gli occhi pieni di lacrime, mentre il fumo gli usciva molto lentamente dalla bocca.
Lo 'stop' ebbe un'enorme influenza sulla nostra vita e sulla nostra comprensione del lavoro. In primo luogo, l'atteggiamento verso lo 'stop' metteva in luce con precisione incontestabile l'atteggiamento di ciascuno nei riguardi del lavoro. Quelli che avevano cercato di schivare il lavoro, schivavano lo 'stop'. In altre parole non udivano l'ordine di 'stop' o dicevano che non li riguardava. Oppure al contrario, essi erano sempre preparati per lo 'stop'; non si permettevano alcun movimento trasandato, avevano la precauzione di non tenere mai il bicchiere di t caldo tra le mani, si sedevano e si alzavano precipitosamente. Fino ad un certo punto era dunque possibile barare con lo 'stop', ma, ben inteso, questo diventava evidente per tutti. Si poteva distinguere cos chi si risparmiava e chi aveva deciso di non risparmiarsi; chi sapeva prendere il lavoro seriamente e chi tentava di applicarvi metodi ordinari, di evitare la difficolt, di 'adattarsi'. Nello stesso tempo, lo 'stop' rivelava quali tra noi erano incapaci di sottomettersi ad una disciplina  di scuola, e chi rifiutava di prenderla sul serio. Diventava evidente per noi che senza lo 'stop' e gli altri esercizi che lo accompagnavano non 
si sarebbe potuto ottenere nulla con mezzi soltanto psicologici.
Pi tardi tuttavia, il lavoro ci rivel proprio i metodi della via psicologica.
Per la maggior parte di noi la principale difficolt, come ben presto si vide, era l'abitudine di parlare. Nessuno vedeva questa abitudine in s stesso, nessuno poteva combatterla, perch era sempre legata a qualche caratteristica che l'uomo considerava positiva in se stesso. Se parlava di se stesso o degli altri, era perch voleva essere 'sincero', oppure perch desiderava sapere ci che pensava un altro, oppure perch voleva aiutare qualcuno, ecc, ecc...
Mi accorsi subito che la lotta contro l'abitudine di chiacchierare o, in generale, di parlare pi del necessario, poteva diventare un centro di gravita del lavoro su di se, perch questa abitudine si intrometteva in tutto, penetrava tutto ed era per molti tra di noi la meno notata.
Era veramente curioso osservare come, qualsiasi cosa l'uomo intraprenda, questa abitudine (dico 'abitudine', in mancanza di un'altra parola, sarebbe pi corretto dire questo 'peccato' o questa 'calamit') s'impossessi subito di tutto.
A Essentuki, durante lo stesso periodo, G. ci fece, tra l'altro, una piccola esperienza di digiuno. Avevo gi fatto esperienze di questo genere e mi erano in gran parte familiari. Ma per molti altri questa impressione di giornate interminabili, di vuoto totale, di futilit dell'esistenza, era nuova.
Bene, disse uno di noi, ora vedo chiaramente per cosa viviamo, e il posto che il nutrimento occupa nella nostra vita.
Per quanto mi riguarda, ci che mi interessava particolarmente era constatare che posto prendesse nella vita il chiacchierare. A mio vedere, questo primo digiuno si riduceva per ognuno a chiacchierare senza sosta, indefessamente, sul digiuno, durante pi giorni; in altre parole, ciascuno parlava di se stesso. A questo proposito, mi ricordai delle conversazioni di un tempo, con uno dei miei amici di Mosca, sul fatto che il silenzio volontario dovrebbe essere la pi severa disciplina alla quale un uomo possa sottomettersi. A quell'epoca noi lo intendevamo come 'silenzio assoluto'. Anche in questa occasione, le spiegazioni di G. misero in rilievo lo stupefacente carattere pratico che distingueva il suo insegnamento ed i suoi metodi da tutto ci che avevo conosciuto 
prima.
Il silenzio completo  pi facile, disse egli, quando cercai di metterlo al corrente delle mie idee sull'argomento. Il silenzio completo  semplicemente una via al di fuori della vita, buona per un uomo nel deserto o in un monastero. Qui noi parliamo di lavoro nella vita. Si pu anche mantenere il silenzio in modo che nessuno se ne accorga. Tutto il problema deriva dal fatto che diciamo troppe cose. Se ci limitassimo alle sole parole realmente indispensabili, soltanto questo potrebbe dirsi mantenere il silenzio. Cos  per ogni cosa: per il nutrimento, per il piacere, per il sonno; per ogni cosa vi  un limite a ci che  necessario.
Al di l comincia il 'peccato'. Cercate di afferrare bene: il 'peccato'  tutto ci che non  necessario.
Ma se fin d'ora le persone si astenessero da tutto ci che  inutile, cosa diventerebbe tutta la loro vita? domandai. E come distinguerebbero ci che  necessario da ci che non lo ?
Voi parlate di nuovo a modo vostro, disse G. Io non parlavo affatto della 'gente'. La gente non va da nessuna parte e per essa non vi  affatto il peccato.
I peccati sono ci che inchioda l'uomo dov' quando ha deciso di andare e quando  capace di andare. I peccati sono per coloro che seguono la via o che si approssimano ad essa. Da quel momento il peccato  ci che arresta un uomo, ci che l'aiuta ad ingannarsi e a immaginarsi di stare lavorando quando  soltanto addormentato.
Il peccato  ci che addormenta l'uomo quando ha ormai deciso di svegliarsi. Cosa addormenta l'uomo? Ripeto: tutto ci che  inutile, tutto ci che non  indispensabile. L'indispensabile  sempre permesso. Ma al di l, l'ipnosi incomincia immediatamente. Tuttavia dovete ricordarvi che questo concerne unicamente coloro che sono o credono di essere nel lavoro. Il lavoro consiste nel sottomettersi volontariamente a una sofferenza temporanea per rendersi liberi dalla sofferenza eterna. Purtroppo, la gente ha paura della sofferenza. Vogliono il piacere ora, subito e per sempre. Non vogliono comprendere che il 
piacere  un attributo del paradiso, e che occorre guadagnarlo. Questo  necessario, non in ragione o in nome di qualche legge morale, arbitraria o interiore, ma perch se l'uomo ottiene il piacere prima di averlo guadagnato, non sar in grado di conservarlo e il piacere si volger in sofferenza.
L'essenziale  che occorre essere capaci di conquistare il piacere ed essere capaci di conservarlo. Chi pu farlo non ha pi niente da imparare. Il cammino che conduce al piacere passa per la sofferenza. Chiunque immagina di potere, cos com', approfittare del piacere, si sbaglia di grosso e se gli sar possibile essere sincero verso s stesso, allora verr il momento in cui potr rendersene conto.
Ritorniamo agli esercizi fisici che eseguivamo a quell'epoca. G. ci mostr i differenti metodi in uso nelle scuole. Tra gli esercizi pi interessanti, sebbene di una incredibile difficolt, vi erano quelli che consistevano nel compiere una serie di movimenti consecutivi, facendo nello stesso tempo passare l'attenzione da una parte del corpo all'altra.
Ad esempio, un uomo sta seduto a terra, a ginocchia piegate, tenendo le braccia tra i piedi e le palme delle mani giunte. Deve poi sollevare una gamba e contare: om, om, om, om, om, om, om, om, om, om, dieci volte om, poi nove volte om, otto volte om} sette volte om, ecc, ridiscendendo fino a uno, e di nuovo due volte, tre volte om, ecc. 
Durante questo tempo deve avere la 'sensazione' del suo occhio destro. In seguito, scostare il pollice e avere la sensazione del suo orecchio sinistro, e cos via. 
Bisognava per prima cosa ricordarsi l'ordine dei movimenti e delle sensazioni, in seguito non sbagliarsi nel contare, ricordarsi il conto dei movimenti e quello delle 'sensazioni'. Era gi assai difficile, ma non era tutto. Quando, uno di noi aveva acquisito la padronanza di questo esercizio e poteva farlo, diciamo, per dieci, quindici minuti, gli si dava, in supplemento, un esercizio speciale di respirazione, ossia: doveva aspirare pronunciando om un certo numero di volte, e allo stesso modo espirare pronunciando om un certo numero di volte; inoltre il conto doveva essere fatto ad alta voce. Poi l'esercizio diveniva sempre pi complicato quasi fino all'impossibile. G. ci raccontava di aver visto degli uomini fare per giorni interi esercizi di questo genere.
Il breve digiuno di cui ho parlato si accompagnava anche ad esercizi speciali. Fin dall'inizio, G. spieg che nel digiuno la difficolt consisteva nel non lasciare inutilizzate le sostanze elaborate nell'organismo per la digestione degli alimenti.
Queste sostanze, disse, sono delle soluzioni molto concentrate. E se non si presta loro attenzione, avvelenano l'organismo. Esse devono essere utilizzate fino all'esaurimento. Ma come esaurirle se l'organismo non prende alcun nutrimento? Soltanto con un maggior lavoro supplementare o un eccesso di traspirazione.  un pericoloso errore impegnarsi a 'risparmiare le proprie forze', a fare il minimo possibile, ecc... allorch si digiuna. Al contrario, occorre dispensare energie quanto pi possibile. Solo allora il digiuno pu essere utile.
Cos quando iniziammo il nostro digiuno, G non ci lasci in pace un solo istante. Ci faceva correre sotto il sole per tre o quattro chilometri, oppure rimanere fermi a braccia tese, o segnare il passo a ritmo accelerato, o eseguire tutta una serie di curiosi esercizi di ginnastica che ci mostrava.
Lui, per tutta la durata di questo digiuno, continuava a ripetere che gli esercizi che stavamo facendo non erano veri esercizi, ma semplicemente esercizi preliminari e preparatori.
Una mia esperienza, collegata a ci che G. diceva sulla respirazione e la fatica, mi spieg molte cose e in particolar modo perch  cos difficile ottenere un qualsiasi risultato nelle condizioni ordinarie di vita.
Ero andato in una camera dove nessuno poteva vedermi e avevo cominciato a segnare il passo a un ritmo accelerato, tentando nello stesso tempo di regolare la mia respirazione contando; inspiravo per la durata di un certo numero di passi ed espiravo per la durata di un altro numero di passi. Un po' stanco, dopo un certo tempo notai, o per essere pi esatti sentii in modo molto chiaro, che la mia respirazione era diventata artificiale e instabile. Sentii che ben presto sarei stato incapace di respirare in questo modo continuando a segnare il passo, che la mia respirazione ordinaria, accelerata per vero, avrebbe ripreso il sopravvento, al di fuori di ogni conteggio.
Divenne sempre pi difficile continuare a respirare e a segnare il passo, mantenendo il controllo del numero delle respirazioni e dei passi.
Ero tutto un sudore, la testa cominciava a girarmi e pensavo che sarei caduto. Ero sul punto di disperare di ottenere qualsiasi risultato e stavo per fermarmi, quando all'improvviso mi parve che qualcosa si rompesse o cambiasse di posto dentro di me. La mia respirazione allora ritorn tranquilla e normale al ritmo da me voluto, senza tuttavia alcun sforzo da parte mia e senza smettere di procurarmi la quantit d'aria di cui avevo bisogno. Era una sensazione straordinaria e delle pi piacevoli. Chiusi gli occhi e continuai a segnare il passo, respirando facilmente e liberamente; sembrava che una forza crescesse in me e che io divenissi pi leggero e pi vigoroso. Immaginavo che, se avessi potuto correre in questo modo per un certo tempo, avrei ottenuto risultati ancora pi interessanti, e avevo incominciato a sentire ondate di gioia fremente invadere il mio corpo. Questo, lo sapevo da mie esperienze anteriori, precedeva sempre ci che io definivo l'apertura della coscienza interiore.
Ma proprio in quel momento qualcuno entr nella stanza ed io dovetti fermarmi.
Il mio cuore continu a battere molto forte ancora a lungo, ma ci non mi era sgradevole. Avevo segnato il passo e respirato per circa mezz'ora. Penso di dover sconsigliare questo esercizio alle persone che hanno il cuore debole.
In ogni caso, questa esperienza mi dimostr con precisione che un determinato esercizio poteva essere trasmesso al centro motore, in altre parole era possibile far lavorare il centro motore in una nuova maniera. Al tempo stesso, mi ero convinto che la condizione di questo passaggio era costituita da una estrema fatica. Si comincia un esercizio con la propria testa, ed  soltanto quando l'ultimo stadio di fatica  raggiunto che il controllo pu passare al centro motore. Ci spiegava le parole di G. sui 'super-sforzi' e rendeva comprensibili le sue ultime raccomandazioni.
In seguito, malgrado qualunque sforzo, non riuscii pi a ripetere questa esperienza, vale a dire a provocare le stesse sensazioni. Vero che il digiuno era finito e che il successo della mia esperienza era dovuto in gran parte ad esso.
Quando raccontai a G. ci che avevo provato, mi disse che senza un lavoro generale, senza un lavoro dell'intero organismo, fatti simili non possono accadere se non accidentalmente.
In seguito, ho udito a diverse riprese coloro che studiavano con G. le danze e i movimenti dei Dervisci descrivere esperienze molto simili alla mia.
Pi vedevamo e pi ci rendevamo conto della complessit e della diversit dei metodi di lavoro su di s, pi ci apparivano evidenti le difficolt della via. Vedevamo la necessit assoluta, oltre che di un vasto sapere e di immensi sforzi, di un aiuto tale che nessuno di noi era in grado, n in diritto di aspettarsi. Ci rendevamo conto che il solo fatto di intraprendere in modo serio il lavoro su di s era un fenomeno eccezionale che esigeva migliaia di condizioni interiori ed esteriori favorevoli. Il fatto poi di iniziare il lavoro non dava nessuna garanzia per l'avvenire. Ad ogni passo si richiedeva uno sforzo, ogni passo esigeva un aiuto. La possibilit di raggiungere qualcosa sembrava cos lontana in confronto alle difficolt, che parecchi di noi perdevano ogni desiderio di fare degli sforzi.
Era un passaggio obbligato, prima di poter comprendere che  inutile pensare alla possibilit o alla impossibilit di grandi e lontane realizzazioni e che si deve imparare ad apprezzare ci che si pu acquistare oggi, senza pensare a ci che si pu acquistare domani.
Senza alcun dubbio, tuttavia, l'idea della difficolt ed esclusivit della via era giusta. Essa ci port pi di una volta a porre a G. domande di questo genere:  possibile che ci sia qualche differenza fra noi e quelli che non hanno nessuna idea di questo insegnamento?
Dobbiamo capire che, al di fuori delle vie, le persone sono condannate a girare eternamente in un solo e medesimo cerchio, a non esser altro che un 'nutrimento per la luna', e che non c' per loro alcuna evasione, alcuna possibilit?
 giusto pensare che non vi  nessuna via al di fuori delle vie? Come  possibile che alcuni uomini, forse tra i migliori, non incontrino nessuna via, mentre la possibilit di incontrarne una si offre ad altri uomini, deboli e insignificanti?
Ritornavamo costantemente su questo problema. G. aveva sempre insistito sull'impossibilit di trovare qualche cosa al di fuori delle vie.
Ora, un giorno si mise a parlarci in modo un po' diverso: Non c' niente, n pu esservi niente che distingua in qualche modo quelli che vengono in contatto con le 'vie'. In altri termini, nessuno li sceglie, si scelgono da se stessi, in parte per caso, in parte perch hanno una certa fame. Chi non  affamato non pu essere aiutato accidentalmente. Chiunque provi questa fame, in modo molto violento, pu essere tuttavia condotto accidentalmente al punto di partenza della via, malgrado le circostanze pi sfavorevoli. 
Ma cosa dire di quelli che, in questa guerra per esempio, sono stati uccisi, o sono morti per malattia? domand qualcuno. Fra di loro ce ne sono forse molti che avrebbero potuto avere questa fame? E allora, in che cosa questa fame ha potuto aiutarli?
 tutta un'altra cosa, disse G. Quegli uomini sono caduti sotto una legge generale. Noi non parliamo di loro, n potremmo farlo. Possiamo parlare solamente di coloro che, grazie al caso, al destino o alla propria abilit, sfuggono alla legge generale, cio quelli che rimangono al di fuori dell'azione delle leggi generali di distruzione. Per esempio, sappiamo dalle statistiche che ogni anno a Mosca un certo numero di persone cade sotto il tram. Ebbene, per quanto grande sia la fame di un uomo, se cade sotto il tram e il tram lo stritola, non possiamo pi parlare di lui dal punto di vista del lavoro, n da quello delle 'Vie'. Non possiamo parlate che di coloro che sono in vita e solamente per il tempo in cui sono in vita. Il tram o la guerra, sono esattamente la stessa cosa.  semplicemente una questione di scala. Qui si parla di coloro che non cadono sotto il tram.
Se ha fame, un uomo ha la possibilit di trovare l'inizio della via.
Ma oltre alla fame sono necessari altri 'impulsi', altrimenti egli non scorger mai la via. Immaginate che un Europeo intellettuale, un uomo che in realt non sa niente sulla religione, incontri la possibilit di una via religiosa. Egli non vedr niente e non comprender niente; per lui, si tratter di stupidit e di superstizione. Tuttavia, pu darsi che sia molto affamato, anche se la sua fame non si esprime che per mezzo di una ricerca intellettuale. Lo stesso accade per un uomo che non abbia mai inteso parlare dei metodi yoga, dello sviluppo della coscienza e cos via: se viene messo in presenza di una via yoga, tutto ci che udr sar lettera morta per lui. La quarta via inoltre  ancora pi difficile. Affinch un uomo possa apprezzarla nel suo giusto valore, gli occorre aver pensato e sentito, e ancora essere stato in precedenza deluso da molte cose. Gli occorrer inoltre, se non l'aver fatto personalmente 
esperienza delle vie del fachiro, del monaco e dello yoga, almeno averne avuto conoscenza, aver meditato su di esse ed essersi convinto che per lui non sono buone. Non prendete alla lettera quello che vi ho appena detto; questo processo mentale pu essere sconosciuto a un dato uomo, ma i risultati relativi devono essere in lui e soltanto questi possono aiutarlo a riconoscere la quarta via. Altrimenti, egli pu esserle molto vicino senza vederla.
 certamente falso dire che un uomo non ha alcuna possibilit se non si impegna in una di queste vie. Le 'Vie' non sono altro che un aiuto; un aiuto dato a ciascuno secondo il suo tipo.  evidente che le 'Vie', le vie accelerate, di evoluzione personale, individuale, in quanto si distinguono dall'evoluzione generale, possono anticipare questa evoluzione, possono condurre ad essa, ma in nessun caso possono confondersi con essa.
Che l'evoluzione generale abbia luogo o no  ancora un'altra questione.
Ci basta comprendere che  possibile, e che di conseguenza l'evoluzione  possibile per gli uomini al di fuori delle 'Vie'. Per maggior precisione, diremo che ci sono due vie. La prima, la chiameremo 'via soggettiva': essa abbraccia le quattro vie di cui abbiamo parlato.
L'altra, la diremo Via 'oggettiva'.  la strada degli uomini nella vita.
Non dovete prendere troppo alla lettera i termini 'soggettivo' e 'oggettivo': essi non esprimono che un aspetto. Me ne servo io, perch non vi sono altri termini adeguati.
Sarebbe possibile dire: via 'individuale' e via 'generale'? domand uno di noi. 
No, disse G. Sarebbe pi improprio che 'soggettivo' e 'oggettivo'; la via soggettiva non  individuale nel senso comune di questa parola, perch  'una via di scuola'. Da questo punto di vista, la 'via oggettiva'  pi individuale, perch essa autorizza molte pi particolarit individuali. No,  preferibile conservare queste parole: soggettivo e oggettivo. Anche se non sono del tutto soddisfacenti, noi le useremo con riserva.
Coloro che sono sulla via oggettiva vivono semplicemente nella vita.
Sono quel che si dice brava gente. Per essi non vi  alcun bisogno di metodi o sistemi particolari; basandosi su sistemi intellettuali e religiosi ordinari, sulla morale ordinaria, essi vivono secondo la loro coscienza. Non fanno necessariamente molto bene, ma non fanno alcun male. Si tratta talvolta di persone molto semplici e senza una particolare educazione, ma che comprendono molto bene la vita, hanno una giusta valutazione delle cose e un giusto punto di vista. Sia ben chiaro, essi si perfezionano ed evolvono. Solo che la loro via pu essere molto lunga con molte ripetizioni non necessarie.
Desideravo da tempo ottenere da G. precisazioni sulla ripetizione, ma egli sfuggiva sempre. Anche questa volta fece lo stesso e invece di rispondere alla mia domanda sull'argomento, prosegu: Coloro che seguono la via soggettiva, soprattutto quelli che stanno iniziando, immaginano sovente che gli altri, cio quelli che seguono la via oggettiva, non vadano avanti. Ma  un grave errore. Un semplice obyvatel pu talvolta fare in se stesso un tale lavoro da raggiungere gli altri, anche se fossero monaci o yogi.
Obyvatel  una strana parola della lingua russa. Ha il senso corrente di 'abitante', semplicemente. La si usa anche in senso di disprezzo o di derisione: 'Obyvatel' come se non potesse esistere niente di peggio. Ma quelli che parlano cos non comprendono che Obyvatel  il nocciolo robusto e sano della vita.
Dal punto di vista della possibilit di evoluzione poi, un buon obyvatel ha maggiori possibilit di un 'lunatico' o di un 'vagabondo'. Forse spiegher tra breve ci che intendo con queste due parole: frattanto parleremo dell'obyvatel. 
Non intendo dire che tutti gli obyvatel seguano la via oggettiva, assolutamente no. Tra loro si possono trovare ladri, imbecilli o pazzi: ma ce ne sono di altro genere. Voglio semplicemente dire che il solo fatto d'essere un buon obyvatel non impedisce la 'Via'. D'altronde ne esistono differenti tipi.
Immaginate, per esempio, Lobyvatel che vive come tutti, che non si fa notare in nulla; pu darsi che sia un buon artigiano che guadagna molto denaro, e forse anche avaro... Al tempo stesso sogna una vita religiosa, sogna di lasciare tutto, un giorno o l'altro, e di entrare in un monastero. Queste cose succedono veramente in Oriente e anche in Russia. Un uomo vive la sua vita di famiglia e lavora, poi, quando i suoi figli ed i suoi nipoti sono divenuti grandi, dona loro tutto ed entra in un monastero. Questo  lobyvatel di cui parlo. Pu anche darsi che non entri in un monastero, pu darsi che non ne abbia bisogno. La sua propria vita come obyvatel pu servirgli come via.
Coloro che pensano alle vie in un certo modo, specie quelli che seguono le vie intellettuali, spesso guardano dall'alto in basso lobyvatel ed in genere disprezzano le sue virt. Cosi non fanno che provare la propria mancanza di qualificazione per qualsiasi via. Proprio perch nessuna via pu cominciare a un livello inferiore a quello dellobyvatel.
Si dimentica sovente che molte persone, incapaci di organizzare la propria vita e troppo deboli per lottare per dominarla, sognano le vie o ci che essi considerano come vie, perch si immaginano che sar per loro pi facile della vita, trovando in un certo modo una giustificazione alla loro debolezza e al loro eterno difetto di adattamento. Chi fosse capace di essere un buon obyvatel, sarebbe certamente pi utile, dal punto di vista della via, di un 'vagabondo' che si immagina di essergli superiore. Do il nome di Vagabondi' a tutti i componenti della sedicente 'intellighenzia': artisti, poeti, tutti i 'morti di fame' in generale, che disprezzano lobyvatel e al tempo stesso sarebbero incapaci di esistere senza di lui. La capacit di orientarsi nella vita , dal punto di vista del lavoro, una delle qualit pi utili. Un buon obyvatel  di levatura tale da far vivere con il proprio lavoro almeno una ventina di persone. Cosa pu allora valere un uomo che non  capace di fare altrettanto?
Cosa significa veramente obyvatel?, domand qualcuno. Possiamo dire che un obyvatel  un buon cittadino?
Un obyvatel deve essere patriota? domand un altro. In caso di guerra, quale atteggiamento deve adottare?
Possono esserci differenti tipi di guerre e differenti tipi di patrioti, disse G. Voi tutti continuate a credere alle parole. Un obyvatel, se  un buon obyvatel, non crede alle parole. Egli capisce quante chimere si nascondono dietro di esse. Coloro che mettono in mostra a gran voce il loro patriottismo, sono per lui degli psicopatici ed egli li tratta come tali.
E come un obyvatel considera i pacifisti o quelli che rifiutano di fare la guerra?
Esattamente come dei lunatici! Essi sono probabilmente anche peggiori.
Un'altra volta, a proposito della stessa domanda, G. disse: Molte cose vi restano incomprensibili, perch non tenete conto del significato di qualche parola semplicissima; ad esempio, non avete mai pensato a ci che vuoi dire essere seri. Provate a rispondere voi stessi a questa questione. Cosa significa: essere seri?
Avere un'attitudine seria verso le cose, disse qualcuno.
 proprio quanto ciascuno pensa, disse G.; in realt  esattamente il contrario. Avere un'attitudine seria verso le cose non significa, assolutamente essere seri, essendo stabilito che tutta la questione  di sapere verso quali cose. Un grandissimo numero di persone ha un atteggiamento serio per cose insignificanti. Si pu forse dire che siano seri? Certamente no.
L'errore proviene dal fatto che il concetto 'serio'  preso in senso troppo relativo. Quanto  serio per l'uno non lo  per l'altro e viceversa. In realt, 'serio'  uno di quei concetti che non possono mai in alcuna circostanza essere assunti in senso relativo. Una sola cosa  seria per tutti ed in ogni tempo. L'uomo pu rendersene pi o meno conto, ma la seriet delle cose non sar minimamente alterata per questo.
Se l'uomo potesse comprendere tutto l'orrore della vita delle persone ordinarie che girano in tondo in un cerchio di interessi e di scopi insignificanti, se potesse comprendere ci che perdono, comprenderebbe che non vi pu essere che una sola cosa seria per lui: sfuggire alla legge generale, essere libero. Per un uomo in prigione e condannato a morte, cosa pu esservi di serio? Solo una cosa: come salvarsi, come fuggire. Nient'altro  serio.
Quando dico che un obyvatel  pi serio di un 'vagabondo' o di un 'lunatico', con questo intendo dire che un obyvatel, abituato a maneggiare valori reali, valuta le possibilit delle 'vie', le possibilit di 'liberazione' e di 'salvezza' meglio e pi velocemente di un uomo che per tutta la sua vita  prigioniero del solito cerchio di valori immaginari, di interessi immaginari e di possibilit immaginarie.
Per lobyvatel, quelli che vivono di illusioni e soprattutto con l'illusione di essere capaci di fare qualche cosa, non sono seri. Lobyvatel sa che essi non fanno altro che ingannare la gente che  loro intorno, promettendo Dio sa cosa, mentre in realt stanno semplicemente sistemando le loro piccole faccende, o ancora, molto peggio, che sono dei lunatici, gente che  sempre pronta a credere tutto quanto vien loro detto.
A quale categoria appartengono i politicanti che parlano con sufficienza dell'obyvatel, delle opinioni dell'obyvatel, degli interessi dell'obyvatel? domand qualcuno.
Sono i peggiori fra gli obyvatel, disse G., cio degli obyvatel che non hanno in se stessi niente di positivo, niente che li riscatti, oppure dei ciarlatani, dei lunatici o dei farabutti.
Ma non possono esservi uomini onesti e decenti tra i politicanti? domand un altro.
Certamente possono essercene, disse G., ma in questo caso non sono persone pratiche, sono dei sognatori, ed altri li useranno come schermo per nascondere i loro loschi affari.
Lobyvatel, anche se non lo sa in termini filosofici, cio non  capace di formularlo, sa tuttavia che le cose 'capitano' da sole, lo sa con una perspicacia tutta sua; quindi dentro di s se la ride di coloro che credono o vorrebbero fargli credere che essi significano qualcosa, che qualcosa dipende dalla loro decisione, e che possono cambiare, o in generale fare, qualunque cosa. Per lui ci non vuoi dire essere seri e la comprensione di ci che non  serio pu aiutarlo ad apprezzare ci che  serio.
Ritornavamo sovente sulle difficolt della via. La nostra personale esperienza della vita in comune e di un lavoro costante ci gettava continuamente in nuove difficolt interiori.
La questione  tutta qui: essere pronto a sacrificare la propria libert, disse G. L'uomo, in modo cosciente o incosciente, lotta per la libert come la immagina ed  questo che gli impedisce anzitutto di raggiungere la vera libert. Ma colui che  capace di raggiungere qualche cosa arriva prima o poi alla conclusione che la sua libert  un'illusione, ed allora acconsente a sacrificare questa illusione. Diventa schiavo volontariamente. Fa ci che gli si dice di fare, ripete ci che gli si dice di ripetere, e pensa ci che gli si dice di pensare. Non ha paura di perdere alcunch, perch sa che non possiede niente. In tal modo acquista tutto. Ci che in lui era reale, nella sua comprensione, nelle sue simpatie, i suoi gusti e i suoi desideri, tutto gli ritorna con nuove propriet che egli non aveva e che non avrebbe mai potuto avere prima, insieme a un sentimento interiore di unit e di volont. Ma per giungere a tal punto, l'uomo deve passare attraverso il duro cammino della schiavit e dell'obbedienza. Se poi desidera dei risultati occorre che obbedisca non soltanto esteriormente, ma interiormente. Questo esige una forte determinazione, e questa richiede a sua volta una grande comprensione del fatto che non esiste altra via, che un uomo non pu fare niente da solo, e che tuttavia qualche cosa deve essere fatta.
Quando un uomo arriva alla conclusione che non pu vivere e che non desidera vivere pi a lungo nel modo in cui  vissuto fino allora, quando vede realmente tutto ci che costituisce la sua vita e decide di lavorare, deve essere sincero verso s stesso per non cadere in una situazione ancora peggiore. Perch non c' niente di peggio che incominciare il lavoro su di s, poi lasciarlo e ritrovarsi su due sedie: sarebbe meglio non cominciare affatto.
Al fine di non iniziare invano o rischiare di essere deluso sul proprio conto, un uomo dovr pi di una volta mettere a prova la sua decisione.
Anzi tutto dovr sapere fin dove vuole arrivare, cosa  disposto a sacrificare.
Niente di pi facile n di pi vano che il rispondere: tutto.
L'uomo non pu mai sacrificare tutto e questo non potr mai essergli richiesto. Tuttavia deve stabilire in modo esatto ci che  pronto a sacrificare e non discutere in seguito su questo punto. Altrimenti gli succeder come al lupo nel racconto armeno.
Conoscete la storia armena del lupo e delle pecore?
C'era una volta un lupo che faceva grande massacro di pecore e seminava la desolazione nei villaggi.
A lungo andare, non so proprio perch, fu improvvisamente preso dai rimorsi e si pent; cos decise di cambiare e di non sgozzare pi pecore.
Allo scopo di mantenere seriamente la sua promessa, and a trovare il curato e gli domand di celebrare per lui una messa di ringraziamento.
Il curato incominci la cerimonia; il lupo vi assisteva singhiozzando e pregando. La messa dur a lungo. Poich il lupo aveva distrutto molte pecore del curato, costui pregava con ardore affinch il lupo si ravvedesse davvero. Ad un tratto il lupo, volto lo sguardo alla finestra, vide le pecore che rientravano all'ovile. Non poteva pi rimanere fermo al suo posto; ma il curato si dilungava nelle sue preghiere.
Alla fine il lupo non pot pi trattenersi oltre e grid: Finiamola, curato! Altrimenti rientreranno tutte, e non avr pi niente per cena!
 un racconto spiritoso, perch dipinge l'uomo in modo ammirevole: l'uomo  pronto a sacrificare tutto, ma se si tratta del suo pranzo quotidiano  un'altra faccenda...
L'uomo vuoi sempre cominciare da qualcosa di grande. Purtroppo  impossibile; non abbiamo scelta: dobbiamo cominciare con le cose di ogni giorno.
Voglio menzionare un'altra riunione come esempio molto caratteristico dei metodi G. Passeggiavamo nel parco. Eravamo cinque attorno a lui. Uno di noi gli domand quali erano le sue vedute in materia di astrologia, se c'era qualcosa di valido nelle teorie pi o meno note di questa scienza.
S, disse G., tutto dipende dal modo in cui vengono intese. Possono avere valore o al contrario non averne affatto. L'astrologia non concerne che una parte dell'uomo e il suo tipo, la sua essenza; non concerne la sua personalit, le sue qualit acquisite. Se comprendete questo, comprenderete ci che pu esserci di valido nell'astrologia.
Avevamo gi avuto nei nostri gruppi delle discussioni sui tipi, ci sembrava che la scienza dei tipi fosse una delle parti pi difficili nello studio dell'uomo, per il fatto che G. ci aveva dato ben pochi elementi, esigendo da noi delle osservazioni sui noi stessi e sugli altri.
Continuammo a passeggiare, mentre G. tentava di spiegarci ci che nell'uomo poteva dipendere dalle influenze planetarie, e ci che sfuggiva ad esse.
Mentre stavamo per lasciare il parco, G. tacque e ci sorpass. Lo seguivamo, parlando tra noi. Passando dietro a un altero, G. lasci cadere la sua canna: era un bastone d'ebano con pomo d'argento del Caucaso, e uno di noi si chin, lo raccolse e glielo porse. G. fece ancora qualche passo, poi, voltandosi verso di noi, disse: Era astrologia, capite? Mi avete tutti visto lasciar cadere la mia canna. Perch uno solo di voi l'ha raccolta? Ognuno di voi risponda 
per ci che lo riguarda.
Uno disse che non aveva visto cadere il bastone, perch stava guardando da un'altra parte. Il secondo, che aveva notato come G. non avesse lasciato cadere il bastone accidentalmente, come accade quando un bastone si impiglia in qualche cosa, ma che l'aveva lasciato andare apposta. Questo aveva suscitato la sua curiosit e aveva atteso per vedere cosa sarebbe successo. Il terzo disse che aveva visto il bastone cadere, ma che era troppo assorto nei suoi pensieri sull'astrologia, cercando soprattutto di ricordare ci che G. aveva detto una volta su questo argomento, per prestargli sufficiente attenzione. Il quarto aveva anche lui visto cadere il bastone e pensato di raccoglierlo, ma proprio in quel momento, l'altro l'aveva preso e teso a G. Il quinto disse che, avendo visto cadere il bastone, si era visto subito dopo raccoglierlo e renderlo a G.
G. sorrise ascoltandoci.
 astrologia, disse. Nella stessa situazione, un uomo vede e fa una cosa, un altro un'altra cosa, il terzo una terza, e cos via. Cos ciascuno agisce secondo il suo tipo. Osservate gli altri, osservate voi stessi in questo modo, e pu darsi allora che in seguito parleremo di una differente astrologia.
Il tempo pass molto presto. La breve estate di Essentuki volgeva al termine. Noi cominciammo a pensare all'inverno e a fare ogni sorta di piani.
Tutto cambi improvvisamente; per una ragione che mi parve accidentale e che era il risultato di attriti fra taluni nostri compagni, G. annunci lo scioglimento di tutto il gruppo e l'arresto di ogni lavoro.
Dapprima, ci rifiutammo semplicemente di crederlo, pensando che ci sottomettesse ad una prova. Quando poi disse che partiva solo con Z. verso le coste del Mar Nero, tutti, eccettuato un piccolo numero di noi che dovevano ritornare a Mosca o a Pietroburgo, annunciarono che lo avrebbero seguito ovunque egli fosse andato. G. accondiscese, ma disse che dal quel momento ciascuno avrebbe dovuto occuparsi di se stesso e che non vi sarebbe stato alcun lavoro, qualunque desiderio ne avessimo.
Tutto ci mi sorprese parecchio. Trovavo il momento molto mal scelto per una 'commedia', e se ci che G. diceva era serio, perch allora era stata intrapreso tutto questo lavoro? In questo periodo, niente di nuovo era apparso in noi. Se G. aveva cominciato a farci lavorare tal quali noi eravamo, perch allora cessava proprio ora di farlo?
Per me materialmente non cambiava niente. Avevo deciso di passare l'inverno nel Caucaso, qualunque cosa fosse successa. Questo tuttavia sconvolgeva i progetti di moltissimi altri membri del nostro gruppo, i quali erano ancora nell'incertezza; per loro, la difficolt divenne insormontabile.
Devo confessare che da allora la mia fiducia in G. cominci ad essere scossa. Di che si trattava? Cosa poi mi urt in particolare? Mi  difficile precisarlo, per sino ora. Ma resta il fatto che, a partire da quel momento, cominciai a fare una separazione tra G. stesso e le sue idee. Fino ad allora non li avevo mai separati.
Alla fine di agosto, seguii dapprima G. a Tuapse, e di l mi recai a Pietroburgo con l'intenzione di prendere qualche cosa. Disgraziatamente dovetti lasciare tutti i miei libri. Pensavo a quel tempo che sarebbe stato rischioso portarli con me nel Caucaso. Ma a Pietroburgo, naturalmente, tutto and perduto. 
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CAPITOLO DICIOTTESIMO.
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Riuscii a lasciare Pietroburgo soltanto il 15 ottobre, una settimana prima della rivoluzione bolscevica. Era impossibile rimanere un giorno di pi. Qualche cosa di immondo e di vischioso si avvicinava. Una tensione morbosa era nell'aria. Si poteva sentire dappertutto l'attesa di avvenimenti inevitabili. Serpeggiavano dicerie, ognuna pi assurda e pi stupida dell'altra. Uno stato di ebetismo generale. Nessuno poteva figurarsi l'avvenire. Il 'governo provvisorio', avendo vinto Korniloff, negoziava nel modo pi corretto con i bolscevichi, che non nascondevano il loro disprezzo per i 'ministri socialisti' e cercavano solo di guadagnare tempo. I Tedeschi, per qualche ragione, non avevano marciato su Pietroburgo, bench non vi fosse il fronte, e numerosi erano 
coloro che adesso confidavano in essi, per essere salvati sia dal governo provvisorio che dai bolscevichi. Ma io non condividevo le loro speranze, perch, secondo me, ci che stava accadendo in Russia sfuggiva ormai ad ogni controllo.
A Tuapse regnava ancora una calma relativa. Una specie di soviet risiedeva nella casa di campagna dello Sci di Persia, ma i saccheggi non erano ancora incominciati. G. si era installato lontano, nel Sud, a una trentina di chilometri da Soci. Aveva affittato una casa che dominava il mare, comperato un paio di cavalli, e viveva l con un piccolo gruppo di una decina di persone all'incirca.
Lo raggiunsi. Il luogo era meraviglioso, pieno di rose; da un lato il mare, dall'altro una catena di montagne gi innevate. Ero triste per quei nostri amici che ancora si trovavano a Mosca e a Pietroburgo. Ma sin dal giorno successivo al mio arrivo, notai che qualcosa non andava. Non vi era pi l'atmosfera di Essentuki. Fui particolarmente stupito dell'atteggiamento di Z. Quando l'avevo lasciato, all'inizio di settembre, per andare a Pietroburgo, Z. era pieno di entusiasmo; premeva continuamente perch non mi attardassi laggi, temendo che ben presto sarebbe diventato impossibile ritornare.
Pensate di non rivedere mai pi Pietroburgo?, gli avevo allora domandato.
Colui che vola verso le montagne non si volta indietro, aveva risposto.
Ed ora, non appena giunti a Ouch Dere, apprendevo che Z. aveva l'intenzione di partire per Pietroburgo.
Che cosa va a fare laggi? Ha lasciato il suo impiego. Perch vuole andarsene? domandai al dottor Sh.
Non lo so. G.  scontento di lui e dice che  meglio che se ne vada.
Avrei voluto parlare con Z., ma egli mi evitava, non aveva evidentemente alcun desiderio di spiegarmi i suoi motivi. Si limit a dirmi che aveva realmente l'intenzione di partire.
A poco a poco, parlandone con gli altri, scoprii ci che era accaduto: un assurdo litigio tra G. e qualche Lettone, nostri vicini. Z., che era presente, aveva detto o fatto qualche cosa che G. non aveva gradito e, a partire da quel giorno, il suo atteggiamento nei confronti di Z. era completamente cambiato: non gli rivolgeva pi la parola e, in generale, lo metteva in una tale situazione da indurlo ad annunciare la sua decisione di andarsene.
Trovavo tutto ci semplicemente idiota. Andare a Pietroburgo in un simile momento era il colmo dell'assurdit. C'erano disordini nelle strade, saccheggi, carestia e null'altro. Naturalmente nessuno, in quei tempi, avrebbe potuto immaginare che noi non avremmo mai pi rivisto Pietroburgo. Io avevo l'intenzione di ritornarvi in primavera; pensavo che allora la situazione sarebbe cambiata. Ma adesso in inverno, era insensato! Se Z. si fosse interessato alla politica e avesse voluto studiare gli avvenimenti di quel periodo, avrei potuto comprenderlo; ma non essendo certamente questo il suo caso, non potevo trovare alcun motivo che giustificasse la sua partenza. Cercai di convincerlo ad aspettare, a non decidere ancora nulla, a parlare a G. onde chiarire il fatto. Z. mi promise di non precipitare nulla. Ma vidi che si trovava veramente in una posizione molto difficile. G. lo ignorava completamente, e ci produceva su di lui una impressione deprimente. Due settimane passarono cos. I miei argomenti avevano avuto presa su di lui ed egli mi disse che sarebbe restato, qualora G. glielo avesse permesso. And a parlare a G., ma ritorn molto presto con un viso sconvolto.
Allora, che vi ha detto?
Niente di particolare. Mi ha detto che, poich avevo deciso di partire, era meglio che partissi.
Z. se ne and. Io non potevo ammetterlo. Non avrei lasciato partire neanche un cane per Pietroburgo in un momento simile.
G. aveva l'intenzione di passare l'inverno a Ouch Dere. Noi occupavamo pi case, disseminate su un vasto terreno. Non vi era alcun tipo di 'lavoro' sul genere di quello che aveva avuto luogo a Essentuki. Abbattevamo alberi per le nostre provviste invernali; raccoglievamo pere selvatiche; G. si recava sovente a Soci, dove uno dei nostri amici era all'ospedale, avendo contratto il tifo prima del mio arrivo da Pietroburgo.
Inaspettatamente G. decise di partire. Pensava che qui potevamo facilmente essere privati di tutte le comunicazioni con il resto della Russia, e trovarci senza provviste.
G. se ne and con una met di noi e invi poi il dottor Sh. per condurre gli altri. Nuovamente riuniti a Tuapse, cominciammo a fare delle escursioni lungo la costa verso il Nord, dove non c'era la ferrovia. Durante una di esse il dottor Sh. scopr alcuni suoi amici di Pietroburgo che avevano una casa di campagna a una quarantina di chilometri a nord. Passammo la notte con loro e il mattino seguente G. affitt una casa situata ad un chilometro circa dalla loro. L il nostro piccolo gruppo si ricostitu. Quattro dei nostri invece andarono ad Essentuki.
Vivemmo l per circa due mesi. Fu un'epoca appassionante. G., il dottor Sh. e io andavamo a Tuapse ogni settimana per acquistare le nostre provviste e il foraggio per i cavalli. Questi viaggi resteranno sempre impressi nella mia memoria. Ognuno diede luogo alle avventure pi inverosimili e a conversazioni molto interessanti. La nostra casa, posta a cinque chilometri dal grosso villaggio di Olghniki, dominava il mare. Io avevo sperato che avremmo vissuto l per molto tempo. Ma nella seconda quindicina di dicembre si diffusero voci secondo le quali una parte dell'armata caucasica risaliva a piedi verso la Russia, lungo le coste del Mar Nero. G. decise che saremmo ritornati ad Essentuki per cominciare un nuovo lavoro. Io part Il per primo, trasportai una parte dei nostri beni a Pyatigorsk e ritornai. Era sempre possibile circolare, bench vi fossero dei bolscevichi ad Armavir.
I bolscevichi, in generale, avevano aumentato i loro effettivi a nord del Caucaso e gi degli scontri si erano verificati tra essi ed i Cosacchi.
A Mineralni Vodi, quando vi passammo, tutto era apparentemente tranquillo, bench avessero gi avuto luogo numerose uccisioni di persone detestate dai bolscevichi.
G. affitt una grande casa a Essentuki e invi una lettera circolare con la firma, datata 12 febbraio, a tutti i componenti dei nostri gruppi di Mosca e di Pietroburgo, invitandoli a venire, con i loro familiari, a vivere e a lavorare con lui.
La carestia regnava gi a Pietroburgo e a Mosca; ma nel Caucaso si viveva ancora nell'abbondanza. Era diventato molto difficile circolare, e alcuni, malgrado il loro grande desiderio, non riuscirono a raggiungerci. Giunsero tuttavia una quarantina di persone e con esse ritorn Z., a cui la lettera circolare era pure stata inviata. Quando arriv era gi molto malato.
In febbraio, mentre attendevamo l'arrivo dei nostri amici, G. un giorno mi disse, indicandomi la casa e tutto ci che aveva fatto: Comprendete adesso perch abbiamo raccolto denaro a Mosca e a Pietroburgo? Voi dicevate allora che la richiesta di un migliaio di rubli era eccessiva. Nemmeno una somma cos importante sarebbe bastata! Nemmeno due persone hanno pagato... Ed io ho gi speso ben pi di quanto non abbia raccolto allora.
G. intendeva affittare o acquistare un terreno, sistemare e coltivare degli orti e, in generale, organizzare la vita di una colonia. Ma ne fu impedito dagli avvenimenti che ebbero inizio durante l'estate. Quando fummo tutti riuniti, nel marzo 1918, vennero stabilite nella nostra casa regole molto rigide; era proibito allontanarsi, si stabilirono turni di guardia giorno e notte, e cos via. E cominciarono i lavori pi vari.
Nell'organizzazione della casa e delle nostre vite furono introdotti principi molto interessanti.
Gli esercizi, questa volta, erano molto pi difficili e vari di quelli dell'estate precedente: esercizi ritmici accompagnati da musica, danze di dervisci, esercizi mentali, studio dei diversi modi di respirare, e cos di seguito. Particolarmente impegnativi erano gli esercizi di imitazione dei fenomeni psichici: lettura del pensiero, chiaroveggenza, manifestazioni medianiche, ecc... Prima di cominciare tali esercizi, G. ci aveva spiegato che lo studio di questi 'trucchi', come li chiamava, era obbligatorio in tutte le scuole orientali, perch senza aver prima studiato tutte le imitazioni e contraffazioni possibili, non era pensabile cominciare lo studio dei fenomeni di carattere sopranormale. Un uomo non pu distinguere il reale dal falso in questo campo, se non quando conosca tutti i trucchi e sia in grado di riprodurli egli stesso. G. diceva inoltre che uno studio pratico dei 'trucchi psichici' era di per s un esercizio insostituibile, e che era quanto di meglio si potesse desiderare per lo sviluppo della perspicacia, dell'acutezza dell'osservazione, dell'avvedutezza e di altre qualit ancora, che il linguaggio della psicologia ordinaria ignora, ma che certamente devono essere sviluppate.
Ciononostante, il nostro sforzo era soprattutto basato sulla ritmica, e su strane danze destinate a prepararci a fare in seguito degli esercizi di dervisci. G. non ci diceva i suoi scopi, n le sue intenzioni, ma, secondo quanto aveva precedentemente detto, si poteva pensare che tutto ci tendesse a portarci verso un miglior controllo del corpo fisico.
Oltre gli esercizi, le danze, la ginnastica, le riunioni, le conferenze ed i lavori domestici, vennero organizzati lavori speciali per coloro che non avevano denaro.
Ricordo che, quando noi avevamo lasciato Alessandropoli l'anno precedente, G. aveva portato con s una cassetta di matasse di seta, che, come mi disse, aveva acquistato quasi per niente in una vendita. Aveva sempre trasportato questa cassetta con s. Quando fummo riuniti ad Essentuki, G. distribu la seta alle donne e ai bambini. Per dividerla, ci fece fabbricare dei pettini a forma di stelle. In seguito, quelli fra noi che avevano attitudini commerciali furono incaricati di vendere questa seta alle botteghe di Pyatigorsk, Kislovodsk ed Essentuki. Si ricorder che allora non vi era merce e i negozi erano vuoti. Quanto alla seta, era incredibilmente difficile procurarsene. Questo lavoro si prolung durante due mesi e forn un introito sicuro e continuo, assolutamente sproporzionato in considerazione del prezzo di acquisto.
In tempi normali, una colonia come la nostra non avrebbe potuto esistere a Essentuki, n probabilmente in nessuna altra regione della Russia. Noi avremmo attirato l'attenzione, eccitato la curiosit della gente, la polizia sarebbe intervenuta, uno scandalo qualunque non avrebbe potuto essere evitato, ogni genere di accuse ci avrebbe minacciato, ci sarebbero certamente state attribuite tendenze politiche, settarie o immorali. La gente  fatta cos, che deve attaccare necessariamente tutto ci che non comprende. Ma in quei tempi, vale a dire nel 1918, quelli che sarebbero stati i pi indiscreti erano occupati a salvare la loro pelle dai bolscevichi, ed i bolscevichi non erano ancora cos forti da interessarsi alla vita privata della gente o delle organizzazioni 
prive di ogni carattere politico. E, siccome fra gli intellettuali della capitale, riuniti allora a Mineralni Vodi stavano per essere organizzati numerosi gruppi ed associazioni, nessuno ci prest la minima attenzione.
Una sera, nel corso di una conversazione, G. ci invit a trovare un nome per la nostra colonia, e in generale a trovare un mezzo per legittimarci.
Pyatigorsk era, all'epoca, in potere dei bolscevichi.
Pensate a qualche cosa come 'Sodroujestvo', Unione degli Amici per uno Scopo Comune, disse, aggiungendo 'conquista del lavoro' o 'internazionale'. Non comprenderanno comunque. Ma hanno bisogno di un'etichetta, qualunque essa sia. Ognuno di noi propose a turno i propri suggerimenti.
Nella nostra casa furono organizzate conferenze pubbliche due volte alla settimana. Vennero numerose persone, alle quali demmo anche delle dimostrazioni d'imitazione di fenomeni psichici, che non ebbero molto successo, perch il nostro pubblico si sottometteva male alle nostre istruzioni.
La mia posizione personale nel lavoro di G. si era a poco a poco modificata. Durante un intero anno avevo visto molte cose che non potevo comprendere; tutto ci si era accumulato, e io sentivo che dovevo andarmene. 
Questo cambiamento pu apparire strano e inatteso dopo ci che ho scritto sin qui, ma si era fatto a poco a poco. Da qualche tempo, l'ho scritto pi sopra, vedevo la possibilit di separare G. dalle sue idee. Non avevo alcun dubbio sulle idee. Al contrario, pi vi riflettevo, pi ne penetravo il contenuto, e pi le apprezzavo e ne realizzavo la portata. Ma cominciavo a dubitare che fosse possibile per me, come pure per la maggioranza dei nostri compagni, continuare a lavorare sotto la direzione di G. Non voglio certo dire che trovavo qualcosa di erroneo nelle sue azioni o nei suoi metodi e neppure che essi cessavano di rispondere alle mie aspettative. Un tale atteggiamento sarebbe stato totalmente fuori luogo nei confronti di un maestro, del cui lavoro avevo riconosciuto la natura esoterica. In un lavoro di questo genere un atteggiamento esclude l'altro e nessun tipo di critica  concepibile, e nemmeno un dissenso con questa o quella persona. Al contrario, tutto il lavoro consiste nel fare ci che il maestro indica, conformandosi alle sue idee, anche quando non le esprime chiaramente; non si tratta che di aiutarlo in tutto ci che egli fa. Non vi pu essere altro atteggiamento. E G. ce lo aveva detto molte volte: la cosa pi importante nel lavoro  ricordarsi che si  venuti per apprendere e non per altro.
Tuttavia ci non significa affatto che un uomo non abbia scelta o che debba seguire suo malgrado una via non rispondente a ci che egli cerca. G. stesso diceva che non vi sono scuole 'generali', che ogni guru in una scuola ha la sua propria specialit. L'uno  scultore, l'altro musicista, un terzo insegna qualcosa d'altro, e tutti gli allievi di un tale guru devono studiare la sua specialit. La possibilit di una scelta esiste dunque. Spetta per a ciascuno di trovare il guru del quale egli sia capace di studiare la specialit, quella che si accorda ai suoi gusti, alle sue tendenze e alle sue capacit.
Non vi  dubbio che esistano molte vie interessanti, come la musica e la scultura. Ma non si pu pretendere che tutti apprendano la musica o la scultura.
Nel lavoro di scuola vi sono dei soggetti obbligatori, ma vi sono anche dei soggetti ausiliari, proposti unicamente come mezzo di studio degli obbligatori.
Cos le scuole possono differire molto le une dalle altre. Secondo la dottrina delle tre vie, i metodi di ogni guru possono avvicinarsi molto alla via del fachiro, oppure a quella del monaco, o ancora a quella dello yogi. E, beninteso,  possibile che all'inizio del lavoro si commetta l'errore di scegliere un maestro che in realt non si sia in grado di seguire. Spetter allora al maestro allontanare coloro per i quali i suoi metodi o i suoi speciali soggetti si 
dimostrassero estranei, incomprensibili e irraggiungibili. Se questo accade e se coloro che hanno incominciato a lavorare con un maestro che non possono seguire lo notano e lo comprendono, allora, ben inteso, devono andarsene, cercare un altro guru o decidere di lavorare indipendentemente, se ne sono capaci.
Per quanto concerne la mia relazione con G., vedevo chiaramente allora che mi ero sbagliato su molte cose e che, se restavo ancora con G., non sarei pi andato nella stessa direzione dell'inizio. E pensavo che tutti i membri del nostro piccolo gruppo, salvo rare eccezioni, erano in una situazione analoga, se non identica.
Era una constatazione sorprendente, ma assolutamente giusta. Non avevo niente a ridire sui metodi di G., salvo che non mi convenivano.
Un esempio molto chiaro mi venne allora in mente. Non avevo mai avuto un atteggiamento negativo verso la via religiosa e mistica, vale a dire verso 'la via del monaco'; tuttavia non avrei potuto pensare nemmeno per un istante che una tale via fosse possibile o conveniente per me. Ora, dopo tre anni di lavoro, mi ero accorto che G. stava conducendoci in effetti verso il monastero, e che egli ormai esigeva da noi l'osservanza di tutti i riti e di tutte le cerimonie della via religiosa. Questo fatto era per me, naturalmente, un valido motivo per non essere d'accordo con G. e per andarmene, anche a rischio di perdere la sua direzione immediata. E nel contempo ci non avrebbe voluto certo dire che io consideravo sbagliata la via religiosa in generale. Al contrario, questa via potrebbe persino essere molto pi corretta della mia, ma essa non  la mia.
Presi la decisione di lasciare G. e il suo lavoro dopo una grande lotta interiore. Avevo basato troppe cose su questo lavoro per poter facilmente riprendere tutto da capo. Ma non vi era null'altro da fare. Senza dubbio, non abbandonavo niente di ci che avevo acquisito durante questi tre anni. Tuttavia impiegai un intero anno prima di passare al di l di tutto ci e scoprire come mi sarebbe stato possibile continuare a lavorare nella stessa direzione di G., pur mantenendo la mia indipendenza.
Andai ad abitare in un'altra casa e ripresi a scrivere il libro che avevo cominciato a Pietroburgo e che doveva apparire pi tardi sotto il titolo: Un nuovo modello dell'universo.
Nel 'Foyer' le conferenze e le dimostrazioni proseguirono ancora per un certo tempo, e poi si arrestarono. Qualche volta incontravo G. nel parco, o nella strada, qualche volta egli veniva da me. Ma io evitavo di andare al 'Foyer'.
A quell'epoca, la situazione a nord del Caucaso cominciava a volgere al peggio. Eravamo tagliati fuori dalla Russia centrale e non sapevamo pi nulla di ci che accadeva laggi. Dopo la prima incursione dei Cosacchi a Essentuki, la situazione si aggrav ancora, e G. decise di lasciare Mineralni Vodi. Egli non disse dove aveva intenzione di andare e, d'altra parte, che cosa avrebbe potuto dire in tali circostanze?
Quelli che avevano gi lasciato Mineralni Vodi avevano cercato di arrivare a Novorossiysk ed io pensavo che G. avrebbe cercato anch'egli di andare in quella direzione. Decisi a mia volta di lasciare Essentuki, ma non volevo partire prima di lui. A questo riguardo, provavo un sentimento strano. Volevo attendere sino alla fine, fare tutto ci che dipendeva da me, per non dovermi poi rimproverare di essermi lasciato sfuggire una sola possibilit. Mi era molto difficile rigettare l'idea di un lavoro in comune con G.
All'inizio di agosto, G. lasci Essentuki. La maggior parte di coloro che vivevano al 'Foyer' l'accompagnarono. Qualcuno part prima. Una decina di persone all'incirca furono lasciate a Essentuki. 
Io decisi di andare a Novorossiysk. Ma le circostanze mutarono rapidamente. Una settimana dopo la partenza di G., tutte le comunicazioni erano tagliate, anche con le localit le pi vicine. I Cosacchi moltiplicavano i loro raids sulla linea della ferrovia che portava a Mineralni Vodi e, sul posto, incominciavano i saccheggi dei bolscevichi, le loro 'requisizioni' e tutto il resto.  di quel periodo il massacro degli 'ostaggi' di Pyatigorsk, del generale Russki, del generale Radko Dimitriev, del principe Ouroussov e di molti altri.
Devo confessare che mi sentivo molto stolto. Non ero partito per l'estero quando ci era ancora possibile, allo scopo di continuate il lavoro con G., ed eccomi non solo separato da G., ma anche bloccato dai bolscevichi.
Quelli fra noi che erano rimasti a Essentuki ebbero a vivere tempi molto difficili. Per me e per la mia famiglia, le cose andarono relativamente bene. Solo due di noi, su quattro, contrassero il tif. Nessuno ne mor. Non fummo vittime di furti. Ed io non cessai mai di avere del lavoro e di guadagnare del denaro, contrariamente a quanto accadeva ad altri. Nel gennaio 1919, fummo liberati dai Cosacchi dell'armata Denikin. Ma io non potei lasciare Essentuki che in estate.
Le notizie che noi avevamo di G. si riducevano a ben poco. Egli era giunto in treno a Maikop, dopo di che, con coloro che lo avevano raggiunto, intraprese a piedi la traversata delle montagne, seguendo un itinerario splendido ma molto difficile, per arrivare infine al porto di Soci, da poco occupato dai Georgiani. Portando con s tutti i bagagli, in regioni senza strade, n sentieri, affrontando tutti i pericoli possibili, essi superarono passi molto elevati, affrontati molto raramente dagli stessi cacciatori. Ci misero un mese intero prima di arrivare al mare. Ma lo spirito non era pi lo stesso. A Soci, la maggior parte si separ da G. come io avevo previsto. Fra gli altri, P. e Z. Quattro persone soltanto rimasero con lui, fra le quali il solo dottor Sh. aveva fatto parte del primo gruppo di Pietroburgo. Gli altri avevano partecipato solo ai gruppi pi 'giovani'.
In febbraio, P., che si era stabilito a Maikop dopo la sua rottura con G., venne ad Essentuki per raggiungere sua madre ed  da lui che noi apprendemmo tutti i dettagli della marcia verso Soci. Quelli di Mosca erano partiti per Kiev. G., con i suoi quattro compagni, aveva raggiunto Tiflis. A primavera noi apprendemmo che egli continuava il lavoro con un nuovo gruppo di persone e un nuovo orientamento, basandolo principalmente sulla musica, le danze e gli esercizi ritmici. 
Alla fine dell'inverno, quando le condizioni di vita divennero migliori, mi misi a sfogliare le note e i diagrammi che, col permesso di G., avevo conservati sin da Pietroburgo. La mia attenzione fu particolarmente attratta dall'enneagramma. La spiegazione dell'enneagramma, con ogni evidenza, era rimasta incompleta, ma io sentivo, da certi indizi, che essa poteva avere un seguito. Vidi ben presto che occorreva prima di tutto comprendere il significato dello 'schok' apparentemente mal situato nell'enneagramma tra le note sol e la. Ricordandomi allora delle spiegazioni date, prestai attenzione a ci che le note prese a Mosca dicevano dell'influenza delle tre ottave l'una sull'altra, nel 'diagramma del nutrimento'. Disegnai l'enneagramma come ci era stato presentato: do 768. re 384. mi 192. sol 48 5 4. fa 96. e vidi che esso rappresentava sino ad un certo punto il 'diagramma del nutrimento'.
Il punto 3, o l'intervallo mi-fa, era il luogo ove interveniva lo 'schok', dato dal do 192 della seconda ottava. Aggiungendo l'inizio di questa ottava all'enneagramma, vidi che al punto 6 veniva l'intervallo mi-fa della seconda ottava, e lo 'schok' di questo intervallo appariva sotto la forma di do 48 della terza ottava, che cominciava in questo punto. Il disegno completo delle ottave risult differente.
Questo significava che il posto dello 'schok' non era affatto mal situato. Il punto 6 indicava l'entrata dello 'schok' nella seconda ottava e lo 'schok' era il do che dava inizio alla terza ottava. Le tre ottave raggiungevano tutte H 12. Nell'una era si 12, nella seconda sol 12 e nella terza mi 12. La seconda ottava, che terminava a 12 nell'enneagramma, avrebbe dovuto proseguire. Ma si 12 e mi 12 esigevano uno 'shock addizionale'. Riflettei molto allora sulla natura di questi 'schok', ma ne parler pi tardi.
Sentivo tutta la ricchezza del contenuto dell'enneagramma. I punti 1, 2, 4, 5, 7, 8 rappresentavano, secondo il 'diagramma del nutrimento' differenti 'sistemi' dell'organismo. 1 = il sistema digestivo; 2 = il sistema respiratorio; 4 = la circolazione del sangue; 5 = il cervello; 7 = il midollo spinale; 8 = il sistema simpatico e gli organi sessuali. Ne conseguiva che la direzione delle linee interiori 14 2 8 5 7 1, vale a dire il risultato della divisione di 1 per 7, indicava la direzione della corrente sanguigna, o la distribuzione del sangue arterioso nell'organismo, poi il suo ritorno sotto forma di sangue venoso. Era particolarmente interessante notare che il punto di ritorno non era il cuore, ma il sistema digestivo, ci che  in effetti il caso, poich il sangue venoso si mescola per la prima volta ai prodotti della digestione; viene poi spinto verso l'orecchietta destra, attraverso il ventricolo destro, poi verso i polmoni al fine di assorbire l'ossigeno, e di l passa all'orecchietta sinistra, poi al ventricolo sinistro; dopo di che, per l'aorta, passa al 
sistema arterioso.
Un esame ulteriore dell'enneagramma doveva ancora mostrarmi che i sette punti potevano rappresentare i sette pianeti dell'antico mondo; in altri termini l'enneagramma poteva essere un simbolo astronomico. E prendendo i pianeti nell'ordine dei giorni della settimana io ottenevo la figura sotto indicata. 
SOLE. Dies Solis. Domenica.
LUNA. Dies Lunae. Luned.
MERCURIO. Dies Mercurii. Mercoled.
VENERE. Dies Veneris. Venerd.
MARTE. Dies Martis. Marted.
GIOVE Dies Jovis. Gioved.
SATURNO. Dies Saturni. Sabato.
Non tentai di proseguire, giacch non avevo a portata di mano i libri necessari, e il tempo mi mancava. 
Gli 'avvenimenti' non autorizzavano affatto le speculazioni filosofiche. 
Occorreva vivere, vale a dire cercare semplicemente dove si sarebbe potuto ancora alloggiare e lavorare. La rivoluzione, con tutto ci che l'accompagnava, sollevava in me un profondo disgusto fisico. Ma, malgrado la mia simpatia per i 'bianchi', non potevo certo credere al loro successo. I bolscevichi non esitavano a promettere cose che n loro, n chiunque altro avrebbe potuto mantenere. A ci si doveva la loro forza. Su questo piano, erano imbattibili. Avevano inoltre il sostegno della Germania, che vedeva in essi una possibilit di rivincita per l'avvenire.
L'armata volontaria, che ci aveva liberati dai bolscevichi, poteva combatterli e vincerli. Ma non sapeva amministrare i territori che liberava. I suoi capi non avevano in proposito n programmi, n sapere, n esperienza. Naturalmente questo non poteva essere loro richiesto. Ma i fatti sono fatti. La situazione era molto instabile, e l'onda che continuava ancora a dirigersi verso Mosca poteva anche rifluire in qualsiasi istante.
Occorreva partire per l'estero. Mi ero fissato Londra come obiettivo finale. Innanzi tutto perch l risiedeva la maggior parte delle mie conoscenze, poi perch ritenevo che fra gli inglesi le mie idee avrebbero trovato maggior eco che altrove. Inoltre, quando ero stato a Londra, in occasione della mia partenza per le Indie, e poi al mio ritorno all'inizio della guerra, avevo deciso che proprio l avrei scritto e pubblicato il mio libro iniziato nel 1911 con il titolo ha Saggezza degli Dei e che sarebbe apparso in seguito con quello di Un Nuovo Modello dell'Universo. In realt un libro di questo genere, che trattava problemi religiosi e, in particolare, i metodi di studio del Nuovo Testamento, non avrebbe potuto essere pubblicato in Russia.
Cos decisi di partire per Londra, dove avrei organizzato delle conferenze e dei gruppi analoghi a quelli di Pietroburgo. Ma tutto questo si sarebbe realizzato solamente tre anni e mezzo pi tardi.
All'inizio del mese di giugno 1919, riuscii infine a lasciare Essentuki. A quell'epoca la calma era tornata e la vita aveva ripreso un corso relativamente normale. Ma questa calma non mi ispirava nessuna fiducia. Occorreva partire per l'estero; raggiunsi prima Rostov, poi Ekaterinodar e Novorossiysk, per tornare ancora a Ekatorinodar. All'epoca, questa citt era la capitale della Russia. Vi incontrai parecchi membri dei nostri gruppi, che avevano lasciato Essentuki prima di me, e alcuni amici di Pietroburgo. Ricordo ancora la conversazione con uno di essi.
Egli mi chiedeva, parlando dell'insegnamento di G. e del lavoro su di s, se potevo dirgli quali risultati pratici io avessi ottenuto.
Ricordandomi tutto quello che avevo vissuto l'anno precedente, particolarmente dopo la partenza di G., gli dissi che avevo acquisito una strana fiducia, che non potevo definire con una parola, ma che potevo descrivere.
Non  una fiducia in s nel senso corrente della parola, gli dissi. Esattamente l'opposto. Si tratta piuttosto di una fiducia o della certezza che il mio io ordinario  del tutto insignificante  parlo del l'io che conosciamo abitualmente. S, se dovesse accadermi qualche cosa di terribile, come a tanti miei amici lo scorso anno, non sarebbe questo io ordinario, ma un altro, che saprebbe mostrarsi all'altezza della situazione. G. mi domandava due anni fa, se non avessi sentito dentro di me la presenza di un nuovo io, e dovetti rispondergli che non avevo provato alcun cambiamento. Ora parlerei diversamente. E posso spiegarvi come questo cambiamento si  prodotto. Non  avvenuto di colpo, e non  un cambiamento che abbracci tutti i momenti della mia vita. La mia vita segue il suo solito corso, con tutti i piccoli 'io' ordinari e stupidi, salvo forse alcuni che mi sono gi diventati insopportabili.
Ma se qualche grave avvenimento esigesse la tensione di tutto il mio essere, allora, lo so, potrei affrontarlo non pi con questo piccolo, comune 'io' che vi sta parlando, e che pu essere intimidito, ma con un altro, un grande Io, che nulla potrebbe spaventare, e che sarebbe all'altezza di tutto ci che accade. Non posso farvi una descrizione migliore, ma questo per me  un fatto. E questo fatto  nettamente in rapporto col mio lavoro. Voi conoscete la mia vita, e sapete che io non ero uomo da lasciarmi turbare da ci che, interiormente ed esteriormente, spaventa la gente. Ora per si tratta di uno stato differente, che ha un gusto completamente differente. Per questa ragione, so che questa nuova fiducia non  frutto della mia esperienza della vita. Essa  il risultato di questo lavoro su di me, che ho cominciato quattro anni fa.
A Ekaterinodar, e pi tardi, durante l'inverno, a Rostov, formai un piccolo gruppo e, seguendo un piano che avevo elaborato nel corso dell'inverno precedente, tenni delle conferenze per esporre le idee di G., riferendomi, per cominciare, alle cose della vita di ogni giorno che permettono di avvicinarsi a tali idee.
Durante l'estate e l'autunno 1919, ricevetti da G. due lettere, una a Ekaterinodar, l'altra a Novorossiysk. Mi scriveva di aver aperto a Tiflis un 'Istituto per lo Sviluppo Armonico dell'Uomo', il cui programma era molto vasto. Aggiungeva alla sua lettera un prospetto che, per la verit, mi rese molto perplesso.
Cominciava con queste parole: Con l'autorizzazione del Ministero dell'Educazione Nazionale,  stato aperto a Tiflis l'Istituto per lo Sviluppo Armonico dell'Uomo, basato sul sistema di G.I.G. L'istituto accetta ragazzi e adulti dei due sessi. Corsi diurni e serali. Il programma di studi comporta: ginnastica di tutti i generi (ritmica, curativa ed altre), esercizi per lo sviluppo della volont, della memoria, dell'attenzione, dell'ascolto, del pensiero, dell'emozione, dell'istinto, ecc. Il sistema di G.I.G., aggiungeva il prospetto,  gi praticato in tutta una serie di grandi citt come: Bombay, Aessandria, Kabul, New York, Chicago, Cristiania, Stoccolma, Mosca, Essentuki, e in tutte le filiali e centri di vere fratenit internazionali di lavoratori.
Il prospetto terminava con un elenco di 'professori specialisti' dell'Istituto per lo Sviluppo Armonico dell'Uomo, fra i quali trovai il mio stesso nome, come pure quello dell'ingegnere P., e di J., un altro membro dei nostri gruppi, che viveva a quell'epoca a Novorossiysk e non aveva la minima intenzione di andare a Tiflis. G. mi scriveva che stava preparando il suo balletto 'La lotta dei Magi', e, senza fare la minima allusione a tutte le difficolt del passato, mi invitava a raggiungerlo a Tiflis per lavorare con lui. Questo era proprio il suo tipico modo di fare. Ma, per diverse ragioni, non potevo andare a Tiflis. Per prima cosa, vi erano grandi ostacoli materiali, ed in secondo luogo le difficolt sorte ad Essentuki erano per me quanto mai reali. La decisione di lasciare G. mi era costata molto cara e non potevo rinunciarvi cos facilmente, tanto pi che tutti i suoi argomenti non potevano essere 
accettati senza riserve. Debbo ammettere che il programma dell'Istituto per lo Sviluppo Armonico dell'Uomo non mi aveva particolarmente entusiasmato.
Certo, comprendevo come, a causa delle circostanze, G. fosse costretto a dare al suo lavoro una qualsiasi forma esteriore, come aveva fatto a Essentuki, e che essa poteva avere l'aria di una caricatura. E non ero meno certo che dietro questa forma rimanesse sempre la stessa cosa, e che essa non potesse cambiare. I miei dubbi riguardavano unicamente la mia capacit di adattarmi a una tale forma.
Al tempo stesso, ero sicuro che avrei dovuto ben presto rivedere G. Da Maikop, P. venne a trovarmi a Ekaterinodar; parlammo molto dell'insegnamento e dello stesso G. Il suo stato d'animo era francamente negativo. Ci nonostante, la mia idea dell'imperiosa necessit di distinguere tra G. e il suo insegnamento l'aiut, mi parve, a meglio comprendere la situazione.
Incominciai a nutrire il pi vivo interesse nei miei gruppi. Vedevo in essi una possibilit di continuare il lavoro. Le idee dell'insegnamento trovavano manifestamente un'eco, rispondevano ai bisogni di coloro che volevano comprendere ci che avveniva in loro stessi e attorno a loro. Stavamo assistendo alla fine di quel breve epilogo della storia russa che aveva tanto atterrito i nostri 'amici e alleati'. Davanti a noi tutto era perfettamente oscuro. Trascorsi l'autunno e l'inizio dell'inverno a Rostov, dove incontrai due o tre membri dei nostri gruppi di Pietroburgo, e Z., appena tornato da Kiev. Quest'ultimo abitava al mio stesso indirizzo; anch'egli aveva allora un atteggiamento negativo verso tutto il lavoro. E ancora una volta, ebbi l'impressione che le nostre riunioni gli permisero di fare il punto, e di riconoscere che le sue prime valutazioni erano giuste. Egli decise di raggiungere G. a Tiflis. Ma il 
destino gli era avverso. Noi lasciammo Rostov quasi contemporaneamente a lui. Quando egli arriv a Novorossiysk, era gi ammalato, e nei primi giorni del gennaio 1920 mor di vaiolo.
Poco tempo dopo riuscii ad arrivare a Costantinopoli.
Costantinopoli rigurgitava allora di Russi. Incontrai numerose conoscenze di Pietroburgo, e col loro aiuto tenni delle conferenze nei locali della 'Russki Mayak'. Riun Il ben presto un auditorio assai numeroso, composto soprattutto di giovani. Continuai a sviluppare i temi da me esposti a Rostov e a Ekaterinodar, collegando tutte le idee generali di psicologia e di filosofia a quelle dell'esoterismo.
Non ricevetti altre lettere di G., ma ero sicuro che egli non avrebbe tardato a sbarcare a Costantinopoli. Difatti, arriv nel mese di giugno con un gran numero di persone.
Ovunque in Russia, persino nelle province pi lontane, il lavoro era diventato impossibile, e il momento di partire per l'Europa, che avevo previsto a Pietroburgo, era giunto.
Ero molto felice di rivedere G., e mi pareva che, nell'interesse del lavoro, tutte le difficolt precedenti avrebbero potuto essere superate. Credevo ancora di poter lavorare con lui come a Pietroburgo, e lo invitai alle mie conferenze allo scopo di presentargli tutti i miei uditori, e particolarmente quel piccolo gruppo di circa trenta persone, che si riuniva negli uffici della 'Mayak'.
G. faceva allora del suo balletto 'La lotta dei Magi' il centro del lavoro. D'altronde, voleva riprendere a Costantinopoli il programma del suo Istituto di Tiflis, che riservava il maggior spazio alle danze e agli esercizi ritmici, destinati a preparare i suoi allievi a prendere parte al balletto. Egli pensava di fare del suo balletto una scuola. Io lavoravo al suo scenario, cosa che mi permise di comprendere meglio la sua idea. Tutte le danze e le scene de 'La lotta dei Magi' richiedevano una preparazione lunga e molto speciale. Cos, gli allievi che avrebbero partecipato al balletto dovevano necessariamente studiare ed acquisire il controllo di s stessi, avvicinandosi in tal modo alla rivelazione delle forme superiori di coscienza. Danze sacre, esercizi, cerimonie delle differenti confraternite di dervisci, numerose danze orientali poco conosciute ne erano elementi indispensabili.
Quella fu un'epoca molto interessante per me. G. veniva sovente a Prinkipo. Passeggiavamo insieme per i bazar di Costantinopoli. Andavamo a vedere i dervisci Mehvlevi ed egli mi spieg ci che non ero stato capace di comprendere da solo, ossia che il loro girare vorticosamente era in rapporto con esercizi di calcolo mentale, analoghi a quelli che ci aveva mostrato ad Essentuki. Qualche volta lavoravo con lui giorno e notte. Fra tutte, una notte mi  rimasta nella memoria. Traducevamo' un canto di dervisci per 'La lotta dei Magi'. Allora vidi in G. l'artista ed il poeta che egli nascondeva con cura, soprattutto quest'ultimo. Lavoravamo cos: G. richiamava alla mente i versi persiani, qualche volta se li recitava con voce tranquilla, poi me li traduceva 
in russo. Dopo un quarto d'ora circa, mentre mi trovavo completamente sommerso dalle forme, i simboli e le assimilazioni delle idee, mi diceva: Bene, riassumiamo ora tutto in una riga. Io non cercavo di mettere in versi, e neanche di trovare un ritmo: era del tutto impossibile.
G. continuava, poi in capo ad un nuovo quarto d'ora: E adesso, un'altra riga!. Restammo seduti sino al mattino. Questo accadeva in via Koumbaradji, un po' pi in basso dell'antico consolato russo. Infine la citt si svegli. Io avevo scritto, credo, cinque strofe e mi ero arrestato all'ultima riga della quinta. Nessuno sforzo avrebbe potuto trarre dal mio cervello qualche cosa di pi. G. rideva, ma era anch'egli stanco e non avrebbe potuto continuare. Cos il canto rimase incompiuto, perch non lo riprendemmo mai pi.
Due o tre mesi passarono in questo modo.
Aiutavo G. con tutte le mie forze a organizzare il suo Istituto. Ma, poco a poco, sorsero nuovamente le stesse difficolt di Essentuki, tanto che, all'apertura del suo Istituto, credo in ottobre, non potei essere presente. Ci nonostante, per non imbarazzarlo, e affinch la mia assenza non diventasse motivo di discordia fra coloro che seguivano le mie conferenze, interruppi queste ultime, e non mi feci pi vedere a Costantinopoli. Da allora, alcuni dei miei uditori abituali vennero regolarmente a trovarmi a Prinkipo, ed  la che proseguimmo le nostre riunioni.
Ma due mesi pi tardi, quando il lavoro di G. fu consolidato, ripresi le mie conferenze alla 'Mayak', e le continuai ancora per sei mesi. Andavo a trovarlo ogni tanto, ed egli stesso venne a vedermi a Prinkipo. Le nostre relazioni rimanevano eccellenti. In primavera, mi propose di dare delle conferenze nel suo Istituto, ed io incominciai a tenerne una alla settimana. G. stesso vi prendeva parte per completare le mie spiegazioni.
All'inizio dell'estate, G. chiuse il suo Istituto e si stabil a Prinkipo.
Pressappoco in quell'epoca, gli sottoposi dettagliatamente il progetto di un libro che avevo deciso di scrivere per esporre e commentare le sue idee. Egli approv il mio progetto e mi diede l'autorizzazione a pubblicare il libro. Sino ad allora, mi ero sempre attenuto alla regola generale, obbligatoria per tutti, secondo la quale nessuno aveva, in nessun caso, il diritto di scrivere, fosse anche per il suo proprio uso, una qualunque cosa che facesse riferimento alla persona di G., alle sue idee o a coloro che lavoravano con lui, o di conservare lettere, annotazioni, ecc. e ancor meno, naturalmente, di pubblicare alcunch. Durante i primi anni, G. aveva insistito con forza sul carattere obbligatorio di questa regola, e il fatto stesso di essere stato ammesso al lavoro implicava, per chiunque vi partecipasse, l'impegno a non pubblicare nulla di lui senza la sua speciale autorizzazione, anche nel caso in cui avesse abbandonato il lavoro e lasciato G.
Questa era una regola fondamentale. Tutti coloro che entravano a far parte del gruppo dovevano osservarla. Ma G., in seguito, ammise accanto a s persone che non tenevano in alcun conto questa regola, o rifiutavano di prenderla in considerazione. Questo spiega l'ulteriore pubblicazione di svariate descrizioni che potevano far credere che il lavoro di G. non fosse stato sempre lo stesso.
Trascorsi l'estate del 1921 a Costantinopoli, e in agosto partii per Londra. Prima della mia partenza, G. mi propose un viaggio con lui in Germania, dove aveva ancora una volta l'intenzione di aprire il suo Istituto e di allestire il suo balletto. Ma non mi pareva possibile organizzare qualcosa del genere in Germania, e, quanto a me, non credevo pi di poter lavorare con G.
Poco dopo il mio arrivo a Londra, ripresi il ciclo delle mie conferenze di Costantinopoli e di Ekaterinodar. Appresi che G. era partito per la Germania con il suo gruppo di Tiflis e con alcuni miei amici di Costantinopoli che si erano uniti a lui. Egli cerc di organizzare il lavoro a Berlino, e poi di acquistare i locali del vecchio Istituto Dalcroze ad Hellerau, vicino a Dresda. Ma ci non pot realizzarsi. Nel febbraio 1922, G. venne a Londra. Lo invitai subito alle mie conferenze e gli presentai tutte le persone che vi venivano. Questa volta il mio atteggiamento nei suoi riguardi era molto pi definito. Mi aspettavo ancora moltissimo dal suo lavoro, e decisi di fare tutto ci che era in mio potere per aiutarlo nell'organizzazione del suo Istituto e la preparazione del suo balletto. Ma continuavo a non credere di poter lavorare con lui.
Di nuovo si frapponevano tutti gli ostacoli di Essentuki. Questa volta, sorsero subito prima del suo arrivo.
G. aveva fatto molto per condurre a termine i suoi piani. Aveva preparato un certo numero di allievi, una ventina all'incirca, che potevano inquadrare gli altri, e con i quali era possibile cominciare. La musica del balletto era scritta quasi per intero (con la collaborazione di un musicista ben conosciuto). L'organizzazione dell'Istituto era stata studiata a fondo, ma mancava il denaro per la sua realizzazione. Poco dopo il suo arrivo, G. disse che pensava di aprire il suo Istituto in Inghilterra. Molti di coloro che erano venuti alle mie conferenze si interessarono a questa idea e aprirono una sottoscrizione, destinata a coprire le spese di questa iniziativa. Io continuai le mie conferenze, facendo riferimento a tutto ci che G. aveva detto durante il suo soggiorno in Inghilterra. Ma, da parte mia, avevo deciso che, se l'Istituto fosse stato aperto a Londra, sarei andato o a Parigi, o in America.
L'Istituto apr finalmente a Londra in cattive condizioni, e l'esperimento fu abbandonato. Nondimeno, i miei amici di Londra ed i miei uditori abituali misero insieme una somma considerevole, con l'aiuto della quale G. pot acquistare il castello storico del Prieur, con il suo enorme parco trascurato, ad Avon, presso Fontainebleau. E l, nell'autunno 1922, apr il suo Istituto. Un gruppo abbastanza eterogeneo vi si riun. Vi erano alcune persone che si ricordavano di Pietroburgo; certi allievi di Tiflis; altri che avevano seguito le mie conferenze di Costantinopoli e di Londra; questi ultimi erano suddivisi in pi gruppi. Secondo me, certuni avevano dimostrato una fretta eccessiva, abbandonando di colpo le loro occupazioni in Inghilterra per seguire G.
Io non potei dir loro nulla, perch me ne parlarono quando avevano gi preso la loro decisione. Temevo che sarebbero stati delusi dal fatto che il lavoro di G. non mi pareva allora organizzato abbastanza bene per essere stabile. Nello stesso tempo, non potevo essere certo della giustezza delle mie opinioni e non volevo interferire. Se tutto fosse andato bene, se le mie paure fossero state vane, sarebbero stati loro ad aver ragione.
Altri avevano cercato di lavorare con me, ma per diversi motivi mi avevano lasciato, ritenendo ora che fosse pi facile per loro lavorare con G. Essi erano particolarmente attratti dall'idea di trovare ci che chiamavano una scorciatoia. Quando si rivolsero a me per un parere su questo punto, consigliai loro, ben inteso, di andare a Fontainebleau. Certi vi si stabilirono, altri passarono con G. soltanto quindici giorni o un mese. Si trattava di uditori delle mie conferenze che non volevano decidersi essi stessi, ma che, sentendo parlare delle decisioni degli altri, erano venuti a domandarmi se dovevano 'abbandonare tutto' per il Prieur, e se quello era il solo mezzo di lavorare. Risposi loro di attendere che vi fossi andato io.
Arrivai al Prieur per la prima volta alla fine di ottobre o all'inizio di novembre 1922. Vi si faceva un lavoro molto interessante, molto animato. Un padiglione era stato costruito per le danze e gli esercizi, l'economia interiore era stata organizzata, l'arredamento del castello era terminato. L'atmosfera in generale era eccellente e faceva una forte impressione.
Mi ricordo di una conversazione con Katherine Mansfield, che a quell'epoca viveva al Prieur. Ci avvenne a meno di tre settimane dalla sua morte. Io stesso le avevo dato l'indirizzo di G. Aveva assistito a due o tre delle mie conferenze, poi era venuta a dirmi che sarebbe partita per Parigi. Si diceva che un medico russo vi guariva la tubercolosi, trattandola con i raggi X. Non potevo, ben inteso, dirle nulla a questo riguardo. Mi sembrava gi a met cammino dalla morte; e credo se ne rendesse perfettamente conto. Ci nondimeno si era colpiti dall'impegno che poneva per fare dei suoi ultimi giorni il miglior uso e per trovare la verit di cui sentiva cos chiaramente la presenza, senza arrivare a toccarla. Io non pensavo allora di rivederla mai pi. Ma quando mi chiese l'indirizzo dei miei amici di Parigi, e pi precisamente l'indirizzo di quelle persone con le quali avrebbe potuto parlare delle stesse cose, che avevano formato l'oggetto dei nostri incontri, mi fu impossibile rifiutarglielo. Ed ecco che la ritrovavo al Prieur. Passammo insieme tutta una serata. Lei parlava con una voce cos debole che pareva venire dal nulla, ma ci non era privo di grazia.
Ho compreso che questo  vero e che non vi  altra verit. Voi sapete che da lungo tempo ho considerato tutti noi, senza eccezione alcuna, come naufraghi perduti su un'isola deserta, ma che non lo sanno ancora. Ebbene, quelli che sono qui lo sanno. Gli altri, l, nella vita, pensano ancora che una nave arriver domani e che tutto ricomincer come ai bei tempi. Ma coloro che sono qui sanno gi che non ci saranno 'bei tempi'. Sono molto felice di essere qui.
Poco dopo il mio ritorno a Londra, seppi della sua morte. G. era stato molto buono nei suoi confronti. L'aveva autorizzata a rimanere, bench fosse chiaro che non poteva vivere a lungo. E per questo, naturalmente, ricevette, con gli interessi, la debita quantit di menzogne e di calunnie.
Durante l'anno 1923 mi recai molto sovente a Fontainebleau.
Poco dopo la sua apertura, l'Istituto aveva attratto l'attenzione dei giornalisti, e per un mese o due la stampa francese e quella inglese se ne occuparono molto. G. ed i suoi allievi erano chiamati i filosofi della foresta; venivano intervistati, le loro fotografie pubblicate e cos via.
A quell'epoca, cio a partire dal 1922, G. si dedicava soprattutto allo sviluppo di metodi per lo studio del ritmo e della 'plastica'. Egli non cess mai di lavorare al suo balletto, introducendovi delle danze di dervisci e di sufi, e dei motivi che aveva udito molto tempo prima in Asia. Tutto ci era nuovo in gran parte, e pieno d'interesse. Questa era la prima volta, senza alcun dubbio, che le danze e la musica dei dervisci venivano presentate in Europa. E questo spettacolo produsse una enorme impressione su tutti coloro che ebbero la possibilit di assistervi.
Al Prieur si svolgevano anche esercizi mentali molto intensi per lo sviluppo della memoria, dell'attenzione e dell'immaginazione, i quali erano, inoltre, in relazione allo studio dell'imitazione dei fenomeni psichici. Infine egli aveva per ognuno tutta una serie di lavori obbligatori nella casa, sotto forma di compiti casalinghi che richiedevano grandi sforzi, dovuti al fatto della rapidit che si esigeva nel lavoro, e a varie altre condizioni.
Delle conversazioni di quel periodo, ricordo soprattutto quella che G. dedic ai metodi di respirazione, e bench fosse passata inosservata, come molte altre cose che si facevano allora, essa mostrava la possibilit di considerare la questione da un punto di vista interamente nuovo.
Lo scopo, disse G.,  la padronanza dell'organismo, e l'assoggettamento delle sue funzioni coscienti ed incoscienti alla volont. Gli esercizi che vi conducono in linea retta cominciano dalla respirazione. Senza la padronanza della respirazione, nulla pu essere dominato. D'altronde, questo non  compito facile.
Dovete comprendere che vi sono tre tipi di respirazione. Una  normale, l'altra artificiale, la terza  respirazione aiutata dai movimenti. Cosa vuoi dire? Questo: che la respirazione normale si fa inconsciamente; essa si effettua sotto il controllo del centro motore. Quanto alla respirazione artificiale, in che cosa consiste? Se per esempio un uomo si propone di contare fino a dieci inspirando e fino a dieci espirando, o di inspirare dalla narice destra, e di espirare dalla narice sinistra, la sua respirazione si effettuer sotto il controllo dell'apparecchio formatore. La respirazione stessa poi,  di per s differente, perch il centro motore e l'apparecchio formatore agiscono attraverso gruppi di muscoli diversi. Il gruppo dei muscoli attraverso cui agisce il centro motore non  n accessibile, n subordinato all'apparecchio formatore.
Nel caso di un arresto momentaneo del centro motore, l'apparecchio formatore pu nondimeno esercitare la sua influenza su un gruppo di muscoli, con l'aiuto dei quali esso pu far scattare il meccanismo della respirazione. Ma il suo lavoro non eguaglier, beninteso, quello del centro motore, e non pu durare per lungo tempo. Avete letto dei manuali di respirazione Yoga, avete letto o pu darsi che abbiate inteso parlare, dei metodi speciali di respirazione in uso nel monasteri ortodossi ove si pratica  l' 'Orazione mentale'. Si tratta sempre della stessa cosa. La respirazione che si mette in atto partendo dall'apparecchio formatore non  normale, essa  artificiale. L'idea  la seguente: se un uomo, a frequenti riprese, prosegue questo genere di respirazione per lungo tempo sotto il controllo del suo apparecchio formatore, il centro motore, che durante questo tempo rimane in ozio, pu stancarsi di non far nulla e comincia allora a lavorare 'imitando' l'apparecchio formatore.
Infatti questo talvolta accade. Ma perch la cosa si produca, devono essere riunite numerose condizioni: digiuni e preghiere, spossanti veglie e ogni specie di compiti estenuanti per il corpo. Se il corpo  ben trattato, nulla di simile  possibile. Credete forse che non si facciano esercizi fisici nei monasteri ortodossi? Provate dunque a compiere secondo tutte le regole cento prosternazioni, e avrete le reni pi indolenzite che dopo qualsiasi ginnastica.
Tutto questo non ha che uno scopo: far prendere in carico la respirazione dalla muscolatura pi appropriata, facendola passare al centro motore. Come ho gi detto, questo  talvolta possibile; ma il centro motore rischia sempre di perdere la sua abitudine di lavorare correttamente.
Poich l'apparecchio formatore ha talvolta bisogno di arrestarsi, durante il sonno per esempio, quando il centro motore non lo desidera, allora la macchina pu ridursi in uno stato da fare piet. Lo sregolamento delle funzioni della macchina con gli esercizi respiratori  quasi inevitabile per coloro che cercano di esercitarsi da soli seguendo i libri, senza essere diretti in modo adeguato. In altri tempi, sono venute a trovarmi a Mosca molte persone che avevano completamente messo fuori fase la loro macchina con degli esercizi di respirazione sedicenti yogi, appresi sui libri. Si pu persino morire per un arresto della respirazione. I libri che raccomandano tali esercizi sono molto dannosi.
Dei dilettanti non potranno mai far passare dall'apparecchio formatore al centro motore il controllo della respirazione. Perch questo trasferimento possa effettuarsi, l'organismo deve essere condotto nel suo funzionamento al pi alto grado di intensit; ma un uomo non pu mai giungervi da solo.
D'altronde, come gi vi dissi, esiste un terzo modo di respirare: la respirazione attraverso il movimento. Essa necessita tuttavia di una grande conoscenza della macchina umana e questo metodo non pu essere praticato che in scuole dirette da Maestri molto sapienti. Al confronto, tutti gli altri metodi sono del dilettantismo e non ci si pu fidare.
L'idea essenziale  che certi movimenti, certe posizioni possano provocare a volont qualsiasi tipo di respirazione pur conservando a questa respirazione un carattere normale privo di artificiosit. La difficolt consiste nel sapere quali movimenti e quali posizioni provocheranno un certo tipo di respirazione, e presso quale tipo di uomo. Quest'ultimo aspetto  particolarmente importante perch, da tale punto di vista, gli uomini si dividono in un certo numero di tipi e ognuno di questi, per giungere alla stessa respirazione, ha movimenti propri e ben definiti; per contro, gli stessi movimenti produrranno differenti tipi di respirazione presso differenti tipi di uomini. Un uomo che sappia quali movimenti provocher in lui tale o tal altra respirazione,  gi capace di 
controllare il suo organismo e pu, in qualsiasi momento lo desideri, mettere in movimento un centro o un altro, oppure arrestare il lavoro di una qualsiasi funzione. Certamente, la conoscenza di questi movimenti e la capacit di controllarli hanno differenti livelli come ogni cosa in questo mondo. La scienza degli uomini differisce almeno quanto differisce l'uso che essi ne fanno. Per intanto, ci che importa  comprenderne il principio.
Tale comprensione diventa indispensabile per lo studio della divisione dei centri. Ne abbiamo gi parlato pi di una volta. Ricordatevi: ogni centro  diviso in tre parti, secondo la divisione iniziale dei centri in 'intellettuale', 'emozionale' e 'motoria'. Sulla stessa base ognuna di queste tre parti  divisa in tre a sua volta. Inoltre, sin dalla sua formazione ogni centro  diviso in due settori: positivo e negativo. In tutte le parti dei centri vi sono inoltre gruppi di rulli fonografici collegati gli uni agli altri, ma orientati diversamente. Ecco come si spiegano le differenze fra gli uomini, ci che essi chiamano 'individualit'. Naturalmente non vi  la minima traccia di una vera individualit in tutto questo, ma soltanto differenze di 'rulli fonografici di associazioni.
La conversazione era avvenuta nel grande padiglione del giardino, decorato da G. secondo lo stile di un tekkeh derviscio.
Avendoci spiegato il significato dei diversi modi di respirare, G. cominci a dividere i presenti in tre gruppi, secondo il loro tipo. Erano all'incirca quaranta. L'idea di G. consisteva nel far vedere come identici movimenti provocavano, a seconda dei tipi, differenti 'momenti di respirazione', per esempio inspirazione negli uni, espirazione negli altri; come differenti movimenti e posizioni potessero determinare un solo e stesso periodo di respirazione: inspirazione, ritenzione del respiro e espirazione.
Questa esperienza si ferm qui e G., per quanto io ne sappia, non sarebbe mai pi ritornato su di essa.
A quell'epoca G. mi invit pi volte a recarmi al Prieur e a fermarmici.
Era una tentazione, ma malgrado il mio grande interesse non potevo trovare quale sarebbe stato il mio posto nel suo lavoro e nemmeno comprenderne la direzione. Allo stesso tempo non potevo impedirmi di vedere, come gi era accaduto ad Essentuki nel 1918, che vi erano numerosi elementi distruttivi nell'organizzazione dell'opera, e che la stessa si sarebbe disgregata.
Nel dicembre 1923, G. organizz dimostrazioni di danze dei dervisci, di movimenti ritmici e di esercizi vari, al teatro dei Champs Elyses.
Poco dopo ai primi giorni del 1924, G. part per l'America con un notevole numero di suoi allievi, nell'intento di organizzarvi conferenze e dimostrazioni. Io ero al Prieur il giorno della sua partenza: questa mi ricord molto quella da Essentuki del 1918, con tutto quanto vi si riferiva.
Al mio ritorno a Londra, annunciai a coloro che venivano alle mie conferenze che il mio lavoro si sarebbe svolto per l'avvenire in modo del tutto indipendente, cos come aveva avuto inizio a Londra nel 1921.
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FINE.
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Indice di questa parte.
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CAPITOLO 15.
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La religione corrisponde al livello dell'essere.
Imparare a pregare.
La chiesa cristiana  una scuola di cui non si sa pi che  una scuola.
Significato dei riti.
La vita organica sulla terra.
La parte della vita organica che evolve  l'umanit.
Ogni processo di evoluzione comincia con la formazione di un nucleo cosciente.
L'umanit rappresentata mediante quattro cerchi concentrici.
Le vie del fachiro, del monaco e dello yogi sono permanenti, le scuole della quarta via hanno un'esistenza temporanea.
La verit non pu pervenire agli uomini che sotto forma di menzogna.
Come riconoscere una vera scuola? Iniziazioni.
Ciascuno deve iniziarsi da se stesso.
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CAPITOLO 16.
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Gli avvenimenti storici dell'inverno 1916-1917.
La coscienza della materia, suoi gradi d'intelligenza.
Classificazione di tutte le creature sulla base di tre tratti cosmici.
Il 'diagramma di tutte le cose viventi'.
G. abbandona definitivamente San Pietroburgo.
G. come l'hanno visto i suoi discepoli e come lo descrive un giornalista.
In assenza di G. si continua lo studio teorico dei diagrammi.
Costruzione di una 'tavola del tempo nei differenti cosmi' estesa alle molecole e agli elettroni.
Dimensioni temporali dei differenti cosmi.
Applicazione della formula di Minkovski.
Relazione di differenti tempi ai centri. Calcoli cosmici del tempo.
Ouspensky ritrova G. in giugno 1917 ad Alessandropoli. Rapporti di G. con la sua famiglia.
Gli avvenimenti non sono affatto contro di noi.
Una nuova 'sensazione di s'.
Breve soggiorno di Ouspensky a San Pietroburgo e Mosca.
Un messaggio ai gruppi.
Ritorno in Caucaso.
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CAPITOLO 17.
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Agosto 1917. Le sei settimane di Essentuki.
La messa in pratica del lavoro su di s.
Necessit imperiosa di una scuola.
I super-sforzi.
Complessit della macchina umana.
Spreco di energia risultante da una tensione muscolare inutile.
L'esercizio dello 'stop'.
Un'esperienza di digiuno, l'ostacolo del chiacchierare.
Cos' un peccato?
Non c' una via al di fuori delle 'vie'?
Le 'vie', un aiuto dato a ciascuno secondo il suo tipo.
Le vie delle scuole e la via della vita, l'obyvatel.
Essere seri.
La via ardua della schiavit e dell'obbedienza.
Cosa si  pronti a sacrificare?
Il racconto armeno del lupo e delle pecore.
Astrologia e tipi.
G. annuncia lo scioglimento del gruppo. 
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CAPITOLO 18.
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Ottobre 1917. Ritorno in Caucaso con G.
Atteggiamento di G. nei confronti di uno dei suoi discepoli.
Il lavoro riprende, pi difficile.
Ouspensky decide di andarsene.
Altri lasciano G.
L'enneagramma come ne ha proseguito lo studio Ouspensky.
Ouspensky, prima in Caucaso, pi tardi a Costantinopoli, riunisce un gruppo di persone intorno alle idee di G.
Da parte sua G. ha fondato un Istituto a Tiflis, ne apre un altro a Costantinopoli.
Ouspensky lassiste, poi si allontana di nuovo.
G. autorizza Ouspensky a scrivere e pubblicare un libro sul suo insegnamento.
1921. Londra. G. parte per la Germania.
1922. G. organizza il suo Istituto a Fontainebleau.
Katherine Mansfield.
Differenti tipi di respirazioni. 
La respirazione attraverso i movimenti.
1923. Dimostrazioni di movimenti al teatro degli Champs-Elyses.
Partenza di G. per l'America.
Ouspensky decide di proseguire il suo lavoro a Londra indipendentemente.
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FINE.